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viernes, 15 de noviembre de 2024

Sonetos (Ugo Foscolo)

Ugo Foscolo en su juventud.
Grabado anónimo (siglo XIX).


Non son chi fui


Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avvanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovenil mio canto.

Perché dal dì ch’empia licenza e Marte
vestivan me del lor sanguineo manto,
cieca è la mente e guasto il core, ed arte
l'umana strage, arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio,
a mia fiera ragion chiudon le porte
furor di gloria, e carità di figlio.

Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte,
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
e so invocare e non darmi la morte.

Che stai?

Che stai? già il secol l’orma ultima lascia;
dove del tempo son le leggi rotte
precipita, portando entro la notte
quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l’error, l’ira, e l’ambascia,
troppo hai del viver tuo l’ore prodotte;
or meglio vivi, e con fatiche dotte
a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
giovine d’anni e rugoso in sembiante;

che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte;
a chi altamente oprar non è concesso
fama tentino almen libere carte.

Per la sentenza capitale proposta nel Gran-Consiglio Cisalpino contro la lingua latina 

Te, nudrice alle muse, ospite e Dea,
Le barbariche genti che ti han doma
Nomavan tutte, e questo a noi pur fea
Lieve la varia, antiqua, infame soma.

Chè se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea
Ti han morto il senno ed il valor di Roma,
In te viveva il gran dir che avvolgea
Regali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste
Reliquie estreme di cotanto impero;
Anzi il Toscano tuo parlar celeste

Ognor più stempra nel sermon straniero;
Onde, più che di tua divisa veste,
Sia il vincitor di tua barbarie altero.

E tu ne’ carmi avrai perenne vita

E tu ne’ carmi avrai perenne vita
Sponda che Arno saluta in suo cammino
Partendo la città che del latino
Nome accogliea finor l’ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all’onda impaurita
Il papale furore e il ghibellino
Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
Del fero vate la magion si addita.

Per me cara, felice, inclita riva
Ove sovente i piè leggiadri mosse
Colei che vera al portamento Diva

In me volgeva sue luci beate,
Mentr’io sentia dai crin d’oro commosse
Spirar ambrosia l’aure innamorate.

Perché taccia il rumor di mia catena

Perché taccia il rumor di mia catena
di lagrime, di speme, e di amor vivo,
e di silenzio; ché pietà mi affrena
se di lei parlo, o di lei penso e scrivo.

Tu sol mi ascolti, o solitario rivo,
ove ogni notte amor seco mi mena,
qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
qui tutta verso del dolor la piena.

E narro come i grandi occhi ridenti
arsero d’immortal raggio il mio core,
come la rosea bocca, e i rilucenti

odorati capelli, ed il candore
delle divine membra, e i cari accenti
m’insegnarono alfin pianger d’amore.

Così gl’interi giorni

Così gl’interi giorni in lungo, incerto
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aer di mute ombre è coverto;

Dove selvoso è il piano più deserto,
Allor, lento io vagando, ad una ad una
Palpo le piaghe onde la rea fortuna,
E amore e il mondo hanno il mio core aperto.

Stanco mi appoggio or al troncon d’un pino,
Ed or, prostrato ove strepitan l’onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.

Ma per te le mortali ire, e il destino
Spesso obbliando, a te, donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei chi mi t’asconde?

Meritamente, però ch’io potei

Meritamente, però ch’io potei
abbandonarti, or grido alle frementi
onde che batton l’alpi, e i pianti miei
sperdono sordi del Tirreno i venti.

Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei
in lungo esilio fra spergiure genti
dal bel paese ove meni sì rei,
me sospirando, i tuoi giorni fiorenti,

sperai che il tempo, e i duri casi, e queste
rupi ch’io varco anelando, e le eterne
ov’io qual fiera dormo atre foreste,

sarien ristoro al mio cor sanguinente;
ahi vota speme! Amor fra l’ombre e inferne
seguirammi immortale, onnipotente.

Autoritratto

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso
pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago, a me sí cara vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquïete
Tenebre e lunghe all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Alla musa

Pur tu copia versavi alma di canto
su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
quando de' miei fiorenti anni fuggiva
la stagion prima, e dietro erale intanto

questa, che meco per la via del pianto
scende di Lete ver la muta riva:
non udito or t'invoco; ohimè! soltanto
una favilla del tuo spirto è viva.

E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
o Dea! tu pur mi lasci alle pensose
membranze, e del futuro al timor cieco.

Però mi accorgo, e mel ridice amore,
che mal ponno sfogar rade, operose
rime il dolor che deve albergar meco.

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
Di gente in gente; mi vedrai seduto
Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:

La madre or sol, suo dì tardo traendo,
Parla di me col tuo cenere muto:
Ma io deluse a voi le palme tendo;
E se da lunge i miei tetti saluto,

Sento gli avversi Numi, e le secrete
Cure che al viver tuo furon tempesta;
E prego anch’io nel tuo porto quiete:

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
Allora al petto della madre mesta.

 


No soy quien fui


No soy quien fui; gran parte de nosotros
murió; voy hecho languidez y llanto.
Seco está el mirto y esparcí las hojas
de laurel, esperanza de mis versos.

Desde que impía liviandad y Marte
con su manto de sangre me vistieron,
soy mente ciega, corazón perdido,
ufano artista de masacre humana.

Que, si brota el consejo de la muerte,
a mi fiera razón traban las puertas
afán de gloria y caridad de hijo.

De mí, los otros y la suerte esclavo,
el bien conozco y siento al mal apego,
y sé invocar la muerte sin hallarla.

¿Qué esperas?

¿Qué esperas? Ya este siglo se consume;
donde el tiempo no rige con sus leyes
se precipita, y a la noche empuja
tus cuatro lustros, que el olvido hiela.

Si la vida es error, ira y angustia,
mucho las horas de la tuya han dado;
vive mejor ahora, y con esfuerzos
doctos regala ejemplos al futuro.

Hijo infeliz, desesperado amante,
sin tierra, hostil a todos y a ti mismo,
en semblante rugoso, en años joven,

¿qué esperas? Es fugaz la vida, el arte
enorme. Quien no aspira a grandes obras
tiente la fama con audaces versos.

Por la sentencia de muerte propuesta en el Gran Consejo Cisalpino contra la lengua latina 

Nodriza de las musas, diosa y madre
toda bárbara gente que invadía
tu suelo te llamaba, aligerando
nuestro variado, viejo, infame yugo;

que, si el vicio, los años y la suerte
mataron el espíritu de Roma,
en ti vivía el gran decir que daba
lauro real a tu servil cabello.

Para tu genio quemas hoy, Italia,
las últimas reliquias de ese imperio,
e incluso tu celeste habla toscana

más aún se corrompe en lengua ajena,
pues, más que en tu rasgada vestidura,
el vencedor en tu barbarie goza.

Y tú en versos tendrás perenne vida

Y tú en versos tendrás perenne vida,
margen que el Arno sigue en su camino,
partiendo la ciudad que del latino
nombre hasta ahora cobijó la sombra.

Ya de tu puente a las medrosas aguas
con el furor papal y el gibelino
gran sangre se mezcló, y al peregrino
del fiero vate la morada asoma.

Esa margen feliz, querida, ilustre,
donde a menudo va con pies ligeros
aquella cuyo porte la hace diosa,

me traía felices resplandores
mientras soplaba el aire su ambrosía,
por cabellos de oro conmovido.

Porque calle el rumor de mi cadena

Porque calle el rumor de mi cadena
de llantos, esperanza y amor vivo,
y de silencio, la piedad me frena
si hablo de ella, la pienso o si le escribo.

Solo tú escuchas, río solitario,
al que me lleva Amor todas las noches,
donde lloro y describo mis pesares,
vertiendo con dolor mi entera pena.

Y cuento cómo los risueños ojos
quemaron de inmortal rayo mi pecho,
cómo la boca rosa, y los brillantes,

perfumados cabellos, y la nieve
de sus miembros divinos, y su acento
a llorar por amor, ay, me enseñaron.

Días enteros

¡Días enteros en mi largo sueño
gimo!, pero después, cuando la noche
a la luna y los astros llama al cielo,
y el aire frío cubre en mudas sombras;

donde el llano es boscoso y solitario,
vagando lentamente, una por una
palpo las llagas que la mala suerte,
Amor y el mundo infligen a mi pecho.

Me apoyo, exhausto, en un troncón de pino
y así, al postrarme donde el agua ruge,
hablo y deliro con mis esperanzas.

Pero, por ti las iras y el acaso
olvidando, por ti, mujer, suspiro:
“Luz de mis ojos, ¿quién de mí te esconde?”

Mereciéndolo, ya que te he dejado

Mereciéndolo, ya que te he dejado,
ahora grito a las temibles ondas
que sacuden los Alpes, y mis llantos
esparce el sordo viento del Tirreno.

Esperé, pues los hombres y los dioses
me han exiliado entre perjuras gentes
del buen país en que penosa vives
tu edad florida, echándome de menos.

Esperé que la suerte, el tiempo, y estas
rocas que cruzo, y los eternos bosques
negros, en los que duermo como fiera,

mi corazón sangrante consolasen…
¡vana esperanza! Amor, desde el infierno,
me seguirá inmortal, omnipotente.

Autorretrato

Rugosa frente, hundidos, vivos ojos,
cabello grana, pálidas mejillas,
gruesos, cálidos labios, tersos dientes,
inclinada cabeza, largo pecho;

gráciles miembros, ropa simple y buena;
raudos mis pasos, boca, juicios, actos;
sobrio, humano, leal, pródigo, franco;
adverso al mundo, adversa a mí la suerte;

a veces hablo y a menudo actúo
con valor; solo, triste, pensativo,
colérico, tenaz, rápido, inquieto;

rico de vicios y virtud, elogio
la razón, pero sigo al sentimiento:
solo muerto hallaré fama y reposo.

A la noche

Acaso porque del fatal reposo
tú eres imagen, vienes a mí grata,
¡oh noche! Y, cuando alegres te cortejan
estival nube y céfiro sereno,

y, cuando con nevado cielo traes
larga tiniebla inquieta sobre el mundo,
desciendes si te invoco, y las secretas
vías del corazón mío sostienes.

Haces vagar mi pensamiento en huellas
hacia la nada eterna, mientras huye
este mal siglo, junto con la masa

de los pesares que él y yo cargamos,
y, mientras miro yo tu paz, descansa
el ánimo guerrero que en mí ruge.

A Zakynthos

No tocaré de nuevo las orillas
donde mi cuerpo juvenil descansa,
Zakynthos, que te miras en las ondas
del griego mar donde nació la virgen

Venus, creando las fecundas islas
con su sonrisa, donde no callaron
tus límpidos celajes y tus frondas
los versos ínclitos de quien las aguas

cantó fatales, y el variado exilio
por el que, rico en fama y desventura,
besó la pedregosa Itaca Ulises.

No tendrás sino el canto de tu hijo,
materna tierra mía: nos dispone
la suerte no llorada sepultura.

A la musa

Tú, fecunda, vertiste muchos cantos
en mis labios un tiempo, diva aonia,
mientras huía de mis años tiernos
la primera estación, y atrás marchaba

la presente, que en lágrimas conmigo
corre a la muda margen del Leteo:
te llamo y no me escuchas; ¡ay!, tan solo
una chispa de ti mantienes viva.

Y fuiste en compañía de las horas,
¡oh, diosa!, y me dejaste pensativos
recuerdos, y el temor ciego al futuro.

Pero veo, y Amor me lo reitera,
que mal desfogan pocas, arduas rimas
este dolor que en mí debe alojarse.

En la muerte de su hermano Giovanni

Un día, si no estoy huyendo siempre
de pueblo en pueblo, me verás sentado
sobre tu piedra, hermano, lamentando
la mustia flor de tus gentiles años:

la madre, viendo su postrero día,
habla de mí con tus cenizas mudas:
pero yo os tiendo, en mi ilusión, los brazos;
y, al saludar mi casa desde lejos,

oigo fatales númenes y ocultas
angustias que tu vida atormentaron;
y ruego calma yo para tu puerto:

¡de tantas esperanzas esto queda!
Pueblos extraños, ofreced mis huesos,
en fin, al pecho de la madre triste.

(Traducción propia)


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