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| Ugo Foscolo en su juventud. Grabado anónimo (siglo XIX). |
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Non son chi fui Non son chi fui; perì di noi gran parte: questo che avvanza è sol languore e pianto. E secco è il mirto, e son le foglie sparte del lauro, speme al giovenil mio canto. Perché dal dì ch’empia licenza e Marte vestivan me del lor sanguineo manto, cieca è la mente e guasto il core, ed arte l'umana strage, arte è in me fatta, e vanto. Che se pur sorge di morir consiglio, a mia fiera ragion chiudon le porte furor di gloria, e carità di figlio. Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte, conosco il meglio ed al peggior mi appiglio, e so invocare e non darmi la morte. Che stai? Che stai? già il secol l’orma ultima lascia; dove del tempo son le leggi rotte precipita, portando entro la notte quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia. Che se vita è l’error, l’ira, e l’ambascia, troppo hai del viver tuo l’ore prodotte; or meglio vivi, e con fatiche dotte a chi diratti antico esempi lascia. Figlio infelice, e disperato amante, e senza patria, a tutti aspro e a te stesso, giovine d’anni e rugoso in sembiante; che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte; a chi altamente oprar non è concesso fama tentino almen libere carte. Per la sentenza capitale proposta nel Gran-Consiglio Cisalpino contro la lingua latina Te, nudrice alle muse, ospite e Dea, Le barbariche genti che ti han doma Nomavan tutte, e questo a noi pur fea Lieve la varia, antiqua, infame soma. Chè se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea Ti han morto il senno ed il valor di Roma, In te viveva il gran dir che avvolgea Regali allori alla servil tua chioma. Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste Reliquie estreme di cotanto impero; Anzi il Toscano tuo parlar celeste Ognor più stempra nel sermon straniero; Onde, più che di tua divisa veste, Sia il vincitor di tua barbarie altero. E tu ne’ carmi avrai perenne vita E tu ne’ carmi avrai perenne vita Sponda che Arno saluta in suo cammino Partendo la città che del latino Nome accogliea finor l’ombra fuggita. Già dal tuo ponte all’onda impaurita Il papale furore e il ghibellino Mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino Del fero vate la magion si addita. Per me cara, felice, inclita riva Ove sovente i piè leggiadri mosse Colei che vera al portamento Diva In me volgeva sue luci beate, Mentr’io sentia dai crin d’oro commosse Spirar ambrosia l’aure innamorate. Perché taccia il rumor di mia catena Perché taccia il rumor di mia catena di lagrime, di speme, e di amor vivo, e di silenzio; ché pietà mi affrena se di lei parlo, o di lei penso e scrivo. Tu sol mi ascolti, o solitario rivo, ove ogni notte amor seco mi mena, qui affido il pianto e i miei danni descrivo, qui tutta verso del dolor la piena. E narro come i grandi occhi ridenti arsero d’immortal raggio il mio core, come la rosea bocca, e i rilucenti odorati capelli, ed il candore delle divine membra, e i cari accenti m’insegnarono alfin pianger d’amore. Così gl’interi giorni Così gl’interi giorni in lungo, incerto Sonno gemo! ma poi quando la bruna Notte gli astri nel ciel chiama e la luna, E il freddo aer di mute ombre è coverto; Dove selvoso è il piano più deserto, Allor, lento io vagando, ad una ad una Palpo le piaghe onde la rea fortuna, E amore e il mondo hanno il mio core aperto. Stanco mi appoggio or al troncon d’un pino, Ed or, prostrato ove strepitan l’onde, Con le speranze mie parlo e deliro. Ma per te le mortali ire, e il destino Spesso obbliando, a te, donna, io sospiro: Luce degli occhi miei chi mi t’asconde? Meritamente, però ch’io potei Meritamente, però ch’io potei abbandonarti, or grido alle frementi onde che batton l’alpi, e i pianti miei sperdono sordi del Tirreno i venti. Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei in lungo esilio fra spergiure genti dal bel paese ove meni sì rei, me sospirando, i tuoi giorni fiorenti, sperai che il tempo, e i duri casi, e queste rupi ch’io varco anelando, e le eterne ov’io qual fiera dormo atre foreste, sarien ristoro al mio cor sanguinente; ahi vota speme! Amor fra l’ombre e inferne seguirammi immortale, onnipotente. Autoritratto Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto, labbro tumido acceso, e tersi denti, capo chino, bel collo, e largo petto; giuste membra; vestir semplice eletto; ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti; sobrio, umano, leal, prodigo, schietto; avverso al mondo, avversi a me gli eventi: talor di lingua, e spesso di man prode; mesto i più giorni e solo, ognor pensoso pronto, iracondo, inquieto, tenace: di vizi ricco e di virtù, do lode alla ragion, ma corro ove al cor piace: morte sol mi darà fama e riposo. Alla sera Forse perché della fatal quïete Tu sei l’immago, a me sí cara vieni, O Sera! E quando ti corteggian liete Le nubi estive e i zeffiri sereni, E quando dal nevoso aere inquïete Tenebre e lunghe all’universo meni, Sempre scendi invocata, e le secrete Vie del mio cor soavemente tieni. Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge Questo reo tempo, e van con lui le torme Delle cure onde meco egli si strugge; E mentre io guardo la tua pace, dorme Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. A Zacinto Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell'onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l'inclito verso di colui che l'acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura. Alla musa Pur tu copia versavi alma di canto su le mie labbra un tempo, Aonia Diva, quando de' miei fiorenti anni fuggiva la stagion prima, e dietro erale intanto questa, che meco per la via del pianto scende di Lete ver la muta riva: non udito or t'invoco; ohimè! soltanto una favilla del tuo spirto è viva. E tu fuggisti in compagnia dell'ore, o Dea! tu pur mi lasci alle pensose membranze, e del futuro al timor cieco. Però mi accorgo, e mel ridice amore, che mal ponno sfogar rade, operose rime il dolor che deve albergar meco. In morte del fratello Giovanni Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo Di gente in gente; mi vedrai seduto Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo Il fior de’ tuoi gentili anni caduto: La madre or sol, suo dì tardo traendo, Parla di me col tuo cenere muto: Ma io deluse a voi le palme tendo; E se da lunge i miei tetti saluto, Sento gli avversi Numi, e le secrete Cure che al viver tuo furon tempesta; E prego anch’io nel tuo porto quiete: Questo di tanta speme oggi mi resta! Straniere genti, l’ossa mie rendete Allora al petto della madre mesta. |
No soy quien fui No soy quien fui; gran parte de nosotros murió; voy hecho languidez y llanto. Seco está el mirto y esparcí las hojas de laurel, esperanza de mis versos. Desde que impía liviandad y Marte con su manto de sangre me vistieron, soy mente ciega, corazón perdido, ufano artista de masacre humana. Que, si brota el consejo de la muerte, a mi fiera razón traban las puertas afán de gloria y caridad de hijo. De mí, los otros y la suerte esclavo, el bien conozco y siento al mal apego, y sé invocar la muerte sin hallarla. ¿Qué esperas? ¿Qué esperas? Ya este siglo se consume; donde el tiempo no rige con sus leyes se precipita, y a la noche empuja tus cuatro lustros, que el olvido hiela. Si la vida es error, ira y angustia, mucho las horas de la tuya han dado; vive mejor ahora, y con esfuerzos doctos regala ejemplos al futuro. Hijo infeliz, desesperado amante, sin tierra, hostil a todos y a ti mismo, en semblante rugoso, en años joven, ¿qué esperas? Es fugaz la vida, el arte enorme. Quien no aspira a grandes obras tiente la fama con audaces versos. Por la sentencia de muerte propuesta en el Gran Consejo Cisalpino contra la lengua latina Nodriza de las musas, diosa y madre toda bárbara gente que invadía tu suelo te llamaba, aligerando nuestro variado, viejo, infame yugo; que, si el vicio, los años y la suerte mataron el espíritu de Roma, en ti vivía el gran decir que daba lauro real a tu servil cabello. Para tu genio quemas hoy, Italia, las últimas reliquias de ese imperio, e incluso tu celeste habla toscana más aún se corrompe en lengua ajena, pues, más que en tu rasgada vestidura, el vencedor en tu barbarie goza. Y tú en versos tendrás perenne vida Y tú en versos tendrás perenne vida, margen que el Arno sigue en su camino, partiendo la ciudad que del latino nombre hasta ahora cobijó la sombra. Ya de tu puente a las medrosas aguas con el furor papal y el gibelino gran sangre se mezcló, y al peregrino del fiero vate la morada asoma. Esa margen feliz, querida, ilustre, donde a menudo va con pies ligeros aquella cuyo porte la hace diosa, me traía felices resplandores mientras soplaba el aire su ambrosía, por cabellos de oro conmovido. Porque calle el rumor de mi cadena Porque calle el rumor de mi cadena de llantos, esperanza y amor vivo, y de silencio, la piedad me frena si hablo de ella, la pienso o si le escribo. Solo tú escuchas, río solitario, al que me lleva Amor todas las noches, donde lloro y describo mis pesares, vertiendo con dolor mi entera pena. Y cuento cómo los risueños ojos quemaron de inmortal rayo mi pecho, cómo la boca rosa, y los brillantes, perfumados cabellos, y la nieve de sus miembros divinos, y su acento a llorar por amor, ay, me enseñaron. Días enteros ¡Días enteros en mi largo sueño gimo!, pero después, cuando la noche a la luna y los astros llama al cielo, y el aire frío cubre en mudas sombras; donde el llano es boscoso y solitario, vagando lentamente, una por una palpo las llagas que la mala suerte, Amor y el mundo infligen a mi pecho. Me apoyo, exhausto, en un troncón de pino y así, al postrarme donde el agua ruge, hablo y deliro con mis esperanzas. Pero, por ti las iras y el acaso olvidando, por ti, mujer, suspiro: “Luz de mis ojos, ¿quién de mí te esconde?” Mereciéndolo, ya que te he dejado Mereciéndolo, ya que te he dejado, ahora grito a las temibles ondas que sacuden los Alpes, y mis llantos esparce el sordo viento del Tirreno. Esperé, pues los hombres y los dioses me han exiliado entre perjuras gentes del buen país en que penosa vives tu edad florida, echándome de menos. Esperé que la suerte, el tiempo, y estas rocas que cruzo, y los eternos bosques negros, en los que duermo como fiera, mi corazón sangrante consolasen… ¡vana esperanza! Amor, desde el infierno, me seguirá inmortal, omnipotente. Autorretrato Rugosa frente, hundidos, vivos ojos, cabello grana, pálidas mejillas, gruesos, cálidos labios, tersos dientes, inclinada cabeza, largo pecho; gráciles miembros, ropa simple y buena; raudos mis pasos, boca, juicios, actos; sobrio, humano, leal, pródigo, franco; adverso al mundo, adversa a mí la suerte; a veces hablo y a menudo actúo con valor; solo, triste, pensativo, colérico, tenaz, rápido, inquieto; rico de vicios y virtud, elogio la razón, pero sigo al sentimiento: solo muerto hallaré fama y reposo. A la noche Acaso porque del fatal reposo tú eres imagen, vienes a mí grata, ¡oh noche! Y, cuando alegres te cortejan estival nube y céfiro sereno, y, cuando con nevado cielo traes larga tiniebla inquieta sobre el mundo, desciendes si te invoco, y las secretas vías del corazón mío sostienes. Haces vagar mi pensamiento en huellas hacia la nada eterna, mientras huye este mal siglo, junto con la masa de los pesares que él y yo cargamos, y, mientras miro yo tu paz, descansa el ánimo guerrero que en mí ruge. A Zakynthos No tocaré de nuevo las orillas donde mi cuerpo juvenil descansa, Zakynthos, que te miras en las ondas del griego mar donde nació la virgen Venus, creando las fecundas islas con su sonrisa, donde no callaron tus límpidos celajes y tus frondas los versos ínclitos de quien las aguas cantó fatales, y el variado exilio por el que, rico en fama y desventura, besó la pedregosa Itaca Ulises. No tendrás sino el canto de tu hijo, materna tierra mía: nos dispone la suerte no llorada sepultura. A la musa Tú, fecunda, vertiste muchos cantos en mis labios un tiempo, diva aonia, mientras huía de mis años tiernos la primera estación, y atrás marchaba la presente, que en lágrimas conmigo corre a la muda margen del Leteo: te llamo y no me escuchas; ¡ay!, tan solo una chispa de ti mantienes viva. Y fuiste en compañía de las horas, ¡oh, diosa!, y me dejaste pensativos recuerdos, y el temor ciego al futuro. Pero veo, y Amor me lo reitera, que mal desfogan pocas, arduas rimas este dolor que en mí debe alojarse. En la muerte de su hermano Giovanni Un día, si no estoy huyendo siempre de pueblo en pueblo, me verás sentado sobre tu piedra, hermano, lamentando la mustia flor de tus gentiles años: la madre, viendo su postrero día, habla de mí con tus cenizas mudas: pero yo os tiendo, en mi ilusión, los brazos; y, al saludar mi casa desde lejos, oigo fatales númenes y ocultas angustias que tu vida atormentaron; y ruego calma yo para tu puerto: ¡de tantas esperanzas esto queda! Pueblos extraños, ofreced mis huesos, en fin, al pecho de la madre triste. (Traducción propia) |

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