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| Retrato de Ugo Foscolo. Óleo sobre lienzo de Natale Schiavoni. Galleria d'Arte Moderna (Florencia). |
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Dei Sepolcri (A Ippolito Pindemonte) Parte I All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne Confortate di pianto è forse il sonno Della morte men duro? Ove più il Sole Per me alla terra non fecondi questa Bella d’erbe famiglia e d’animali, E quando vaghe di lusinghe innanzi A me non danzeran l’ore future, Nè da te, dolce amico, udrò più il verso E la mesta armonia che lo governa, Nè più nel cor mi parlerà lo spirto Delle vergini Muse e dell’Amore, Unico spirto a mia vita raminga, Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso Che distingua le mie dalle infinite Ossa che in terra e in mar semina morte? Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme, Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve Tutte cose l’obblio nella sua notte; E una forza operosa le affatica Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe E l’estreme sembianze e le reliquie Della terra e del ciel traveste il tempo. Ma perchè pria del tempo a sè il mortale Invidierà l’illusion che spento Pur lo sofferma al limitar di Dite? Non vive ei forse anche sotterra, quando Gli sarà muta l’armonia del giorno, Se può destarla con soavi cure Nella mente de’ suoi? Celeste è questa Corrispondenza d’amorosi sensi, Celeste dote è negli umani; e spesso Per lei si vive con l’amico estinto E l’estinto con noi, se pia la terra Che lo raccolse infante e lo nutriva, Nel suo grembo materno ultimo asilo Porgendo, sacre le reliquie renda Dall’insultar de’ nembi e dal profano Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome, E di fiori adorata arbore amica Le ceneri di molli ombre consoli. Sol chi non lascia eredità d’affetti Poca gioia ha dell’urna; e se pur mira Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto Fra ’l compianto de’ templi Acherontei, O ricovrarsi sotto le grandi ale Del perdono d’lddio: ma la sua polve Lascia alle ortiche di deserta gleba Ove nè donna innamorata preghi, Nè passeggier solingo oda il sospiro Che dal tumulo a noi manda Natura. Pur nuova legge impone oggi i sepolcri, Fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti Contende. E senza tomba giace il tuo Sacerdote, o Talia, che a te cantando Nel suo povero tetto educò un lauro Con lungo amore, e t’appendea corone; E tu gli ornavi del tuo riso i canti Che il lombardo pungean Sardanapalo, Cui solo è dolce il muggito de’ buoi Che dagli antri abduani e dal Ticino Lo fan d’ozi beato e di vivande. O bella Musa, ove sei tu? Non sento Spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume, Fra queste piante ov’io siedo e sospiro Il mio tetto materno. E tu venivi E sorridevi a lui sotto quel tiglio Ch’or con dimesse frondi va fremendo Perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio, Cui già di calma era cortese e d’ombre. Forse tu fra plebei tumuli guardi Vagolando, ove dorma il sacro capo Del tuo Parini? A lui non ombre pose Tra le sue mura la città, lasciva D’evirati cantori allettatrice, Non pietra, non parola; e forse l’ossa Col mozzo capo gl’insanguina il ladro Che lasciò sul patibolo i delitti. Senti raspar fra le macerie e i bronchi La derelitta cagna ramingando Su le fosse e famelica ululando; E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna, L’ùpupa, e svolazzar su per le croci Sparse per la funerea campagna, E l’immonda accusar col luttuoso Singulto i rai di che son pie le stelle Alle obblîate sepolture. Indarno Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti Non sorge fiore ove non sia d’umane Lodi onorato e d’amoroso pianto: Parte II Dal dì che nozze e tribunali ed are Dier alle umane belve esser pietose Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi All’etere maligno ed alle fere I miserandi avanzi che Natura Con veci eterne a’ sensi altri destina. Testimonianza a’ fasti eran le tombe, Ed are a’ figli; e uscìan quindi i responsi De’ domestici Lari, e fu temuto Su la polve degli avi il giuramento: Religïon che con diversi riti Le virtù patrie e la pietà congiunta Tradussero per lungo ordine d’anni. Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi Fean pavimento; nè agl’incensi avvolto De’ cadaveri il lezzo i supplicanti Contaminò; nè le città fur meste D’effigïati scheletri: le madri Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono Nude le braccia su l’amato capo Del lor caro lattante, onde nol desti Il gemer lungo di persona morta Chiedente la venal prece agli eredi Dal santuario. Ma cipressi e cedri Di puri effluvi i zefiri impregnando Perenne verde protendean su l’urne Per memoria perenne; e prezïosi Vasi accogliean le lagrime votive. Rapìan gli amici una favilla al Sole A illuminar la sotterranea notte, Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro Mandano i petti alla fuggente luce. Le fontane versando acque lustrali Amaranti educavano e viole Su la funebre zolla; e chi sedea A libar latte o a raccontar sue pene Ai cari estinti, una fragranza intorno Sentia qual d’aura de’ beati Elisi. Pietosa insania che fa cari gli orti De’ suburbani avelli alle britanne Vergini, dove le conduce amore Della perduta madre, ove clementi Pregaro i Geni del ritorno al prode Che tronca fe’ la trîonfata nave Del maggior pino, e si scavò la bara. Ma ove dorme il furor d’inclite gesta E sien ministri al vivere civile L’opulenza e il tremore, inutil pompa E inaugurate immagini dell’Orco Sorgon cippi e marmorei monumenti. Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, Decoro e mente al bello Italo regno, Nelle adulate reggie ha sepoltura Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi Morte apparecchi riposato albergo, Ove una volta la fortuna cessi Dalle vendette, e l’amistà raccolga Non di tesori eredità, ma caldi Sensi e di liberal carme l’esempio. Parte III A egregie cose il forte animo accendono L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella E santa fanno al peregrin la terra Che le ricetta. Io quando il monumento Vidi ove posa il corpo di quel grande Che, temprando lo scettro a’ regnatori, Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela Di che lagrime grondi e di che sangue; E l’arca di colui che nuovo Olimpo Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide Sotto l’etereo padiglion rotarsi Più Mondi, e il Sole irradiarli immoto, Onde all’Anglo che tanta ala vi stese Sgombrò primo le vie del firmamento: Te beata, gridai, per le felici Aure pregne di vita, e pe’ lavacri Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino! Lieta dell’aer tuo veste la Luna Di luce limpidissima i tuoi colli Per vendemmia festanti, e le convalli Popolate di case e d’oliveti Mille di fiori al ciel mandano incensi: E tu prima, Firenze, udivi il carme Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco, E tu i cari parenti e l’idïoma Dèsti a quel dolce di Calliope labbro, Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma D’un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere Celeste; Ma più beata che in un tempio accolte Serbi l’Itale glorie, uniche forse Da che le mal vietate Alpi e l’alterna Onnipotenza delle umane sorti, Armi e sostanze t’invadeano, ed are E patria, e, tranne la memoria, tutto. Che ove speme di gloria agli animosi Intelletti rifulga ed all’Italia, Quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi Venne spesso Vittorio ad ispirarsi, Irato a’ patrii Numi; errava muto Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo Desîoso mirando; e poi che nullo Vivente aspetto gli molcea la cura, Qui posava l’austero; e avea sul volto Il pallor della morte e la speranza. Con questi grandi abita eterno: e l’ossa Fremono amor di patria. Ah sì! da quella Religïosa pace un Nume parla: E nutrìa contro a’ Persi in Maratona Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi, La virtù greca e l’ira. Il navigante Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea, Vedea per l’ampia oscurità scintille Balenar d’elmi e di cozzanti brandi, Fumar le pire igneo vapor, corrusche D’armi ferree vedea larve guerriere Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni Silenzi si spandea lungo ne’ campi Di falangi un tumulto e un suon di tube E un incalzar di cavalli accorrenti Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi, E pianto, ed inni, e delle Parche il canto. Parte IV Felice te che il regno ampio de’ venti, Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi! E se il piloto ti drizzò l’antenna Oltre l’isole Egée, d’antichi fatti Certo udisti suonar dell’Ellesponto I liti, e la marea mugghiar portando Alle prode Retèe l’armi d’Achille Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi Giusta di glorie dispensiera è morte: Nè senno astuto, nè favor di regi All’Itaco le spoglie ardue serbava, Chè alla poppa raminga le ritolse L’onda incitata dagl’inferni Dei. E me che i tempi ed il desio d’onore Fan per diversa gente ir fuggitivo, Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse Del mortale pensiero animatrici. Siedon custodi de’ sepolcri, e quando Il tempo con sue fredde ale vi spazza Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti Di lor canto i deserti, e l’armonia Vince di mille secoli il silenzio. Ed oggi nella Tròade inseminata Eterno splende a’ peregrini un loco Eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio, Onde fur Troja e Assàraco e i cinquanta Talami e il regno della Giulia gente. Però che quando Elettra udì la Parca Che lei dalle vitali aure del giorno Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove Mandò il voto supremo: E se diceva, A te fur care le mie chiome e il viso E le dolci vigilie, e non mi assente Premio miglior la volontà de’ fati, La morta amica almen guarda dal cielo Onde d’Elettra tua resti la fama. Così orando moriva. E ne gemea L’Olimpio; e l’immortal capo accennando Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba. Ivi posò Erittonio: e dorme il giusto Cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne Sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando Da’ lor mariti l’imminente fato; Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto Le fea parlar di Troja il dì mortale, Venne; e all’ombre cantò carme amoroso, E guidava i nepoti, e l’amoroso Apprendeva lamento a’ giovinetti. E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo, Ove al Tidide e di Laerte al figlio Pascerete i cavalli, a voi permetta Ritorno il cielo, invan la patria vostra Cercherete! le mura, opra di Febo, Sotto le lor reliquie fumeranno; Ma i Penati di Troja avranno stanza In queste tombe; chè de’ Numi è dono Servar nelle miserie altero nome. E voi palme e cipressi che le nuore Piantan di Priamo, e crescerete ahi! presto Di vedovili lagrime innaffiati. Proteggete i miei padri: e chi la scure Asterrà pio dalle devote frondi Men si dorrà di consanguinei lutti E santamente toccherà l’altare, Proteggete i miei padri. Un dì vedrete Mendico un cieco errar sotto le vostre Antichissime ombre, e brancolando Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne, E interrogarle. Gemeranno gli antri Secreti, e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte e due risorto Splendidamente su le mute vie Per far più bello l’ultimo trofeo Ai fatati Pelìdi. Il sacro vate, Placando quelle afflitte alme col canto, I prenci argivi eternerà per quante Abbraccia terre il gran padre Oceàno. E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, Ove fia santo e lagrimato il sangue Per la patria versato, e finchè il Sole Risplenderà su le sciagure umane.
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Los sepulcros (A Ippolito Pindemonte)[1] Parte I Con sombras de cipreses y en las urnas consoladas por llanto, ¿es menos duro el sueño de la muerte? Cuando el sol para mí no fecunde más en tierra su hermosa grey de plantas y animales, y entonces, cuando leves, con halagos, no bailen para mí futuras horas, ni sienta, dulce amigo, ya tu verso ni la triste armonía que lo rige, ni ya a mi corazón hable el espíritu de las vírgenes musas y el Amor, único numen de mi vida errante, ¿qué consuelo podrá dar una piedra que distinga los míos de infinitos huesos que en tierra y mar siembra la muerte? ¡Es verdad, Pindemonte! La Esperanza, última diosa, deja los sepulcros; todo cubre el olvido con su noche; y lo fatiga trabajosa fuerza paso a paso; y al hombre, con sus tumbas y los últimos rostros y vestigios de la tierra y el cielo, muda el tiempo. Pero… ¿por qué el mortal, antes de tiempo, envidia la ilusión que, cuando muere, lo sujeta a los límites de Dite?[2] ¿Quizá no vive incluso bajo tierra, cuando no siente la armonía diurna, si logra despertarla con amables cuidados en la mente de los suyos? Celeste es ese vínculo, celeste don para los humanos; y a menudo con el amigo muerto viven ellos y el muerto con nosotros, si piadosa la tierra que lo acoge y lo nutría, dándole último asilo en su regazo materno, guarda sus reliquias sacras de la cruel intemperie y del profano pie del vulgo, y un nombre está en la piedra, y, con sus flores, árboles amigos las cenizas consuelan con su sombra. Solo quien no le deja afecto a nadie goza poco en la urna; y cuando pasan sus exequias, ve cómo su alma yerra entre el llanto en los templos de Aqueronte[3], o se cobija tras las grandes alas del divino perdón; pero su polvo yace en ortigas de desierto suelo, donde ni dama enamorada reza, ni el peregrino escucha los suspiros que nos manda del túmulo Natura. Hoy nueva ley se impone a los sepulcros, sin piadosas miradas, y a los muertos roba el nombre[4]. Y sin lápida, Talía, yace tu sacerdote[5], cuyo canto, con largo amor, bajo su pobre techo, regó un laurel y te ofrendó coronas[6]; y ornabas con tu risa sus canciones que herían al lombardo Sardanápalo[7], quien ama los mugidos de los bueyes[8] que en las grutas abduanas[9] y el Tesino[10] lo distraen con ocios y con viandas. Oh, bella Musa, ¿dónde estás? No noto que espire la ambrosía de tu numen entre las plantas donde yo me siento y añoro mi morada. Y tú venías con tal de sonreírle bajo el tilo que ya con sus caídas hojas tiembla. Diosa, ¿por qué no cubres al anciano que fue cubierto ya de calma y sombra? ¿Miras, entre los túmulos plebeyos errante, dónde está la sacra testa de tu Parini? Sombras no le pone entre sus muros la ciudad, lasciva de cantores eunucos seguidora[11], ni piedra, ni inscripción; tal vez sus huesos ensangrienta un ladrón decapitado que dejó en el cadalso los delitos. Oigo que raspa escombros y tocones la abandonada perra, paseando las fosas, con famélicos aullidos, y del cráneo surge, tras la luna, la abubilla, volando por las cruces dispersas en la fúnebre campaña, y maldice, con lóbrego lamento, la luz que mandan, pías, las estrellas a olvidados sepulcros. Diosa, en vano para tu vate pides el rocío de la escuálida noche. De los muertos no surge flor a menos que la críen humanas loas y amoroso llanto. Parte II Desde que jueces, tálamos y altares a las humanas bestias inculcaron la piedad, los vivientes arrebatan al éter impiadoso y a las fieras los míseros despojos que Natura, con sus leyes eternas, abandona[12]. Los sepulcros hablaban de los fastos, las aras de los hijos; y sus lares ofrecían respuestas; sobre el polvo de los muertos se hacía juramento: religión hecha con diversos ritos que la piedad y las virtudes patrias por muchísimos años conservaron. No siempre fueron lápidas el suelo de templos, ni, bañados en incienso, los hedores de muertos a los vivos infectaban; las villas no tenían efigies de esqueletos; ni las madres se agitaban de pánico y tendían sus brazos hacia la cabeza amada de su niño, al que nunca despertaron gemidos largos de persona muerta, pidiendo a su heredero la plegaria venal[13]. En cambio, cedros y cipreses, impregnando los céfiros de efluvios, verde perenne daban a las urnas, por memoria perenne; y los preciosos vasos guardaban lágrimas votivas[14]. Al sol hurtaban lumbre los amigos para alumbrar la noche subterránea, pues los ojos humanos, en la muerte, buscan el sol; y el último suspiro todos los pechos a la luz envían. Las fontanas, vertiendo aguas lustrales, producían violetas y amarantos en sacro suelo; y el que se sentaba a libar leche o a contar sus penas a los muertos, en torno, una fragancia sentía como el aura del Elíseo. Santa locura infunde amor al huerto de ancestros suburbanos en las vírgenes británicas, llevadas por cariño de su perdida madre, en el que ruegan a píos genios que retorne el bravo que descuajó de la vencida nave el mayor palo, y se labró su féretro[15]. Pero, si duerme el eco de las gestas y en la cívica vida solo rigen opulencia y temor, la pompa inútil y las nuevas imágenes del Orco labran cipos y mármol estatuario[16]. Ya el docto, el rico y el patricio vulgo, inteligencia y pundonor de Italia, en sus palacios tiene sepulturas en vida, y gloria solo en sus escudos[17]. La muerte nos prepara un calmo albergue, donde cesa por fin el predominio de la venganza, y la amistad no hereda tesoros, sino cálidos afectos y enseñanzas de un canto generoso. Parte III Al alma fuerte inspiran altas cosas las urnas de los fuertes, Pindemonte: y al peregrino santa le parece la tierra que las guarda, como a mí tras ver el monumento donde yace el cuerpo del insigne, que, mesando los cetros de los reyes, a los pueblos desvela de qué llanto y sangre vienen[18]; y el arca del que alzara un nuevo Olimpo a los dioses en Roma[19]; y del que viera bajo el eterno pabellón, rotantes, los mundos, ante el sol que luce inmóvil[20], por quien el anglo, con tendidas alas, las vías despejó del firmamento[21]; ¡bendita tú, grité por las felices auras plenas de vida, y por los baños que en sus cumbres te ofrece el Apenino! La luna alegre viste de tus aires, de clarísima luz tus altozanos, festivos en vendimia, y por los valles, de casas y olivares bien poblados, miles de flores dan incienso al cielo; tú, Florencia, primero oíste el canto que alegró al iracundo gibelino[22], y los caros parientes y el idioma le diste al dulce labio de Calíope[23], que Amor, siempre desnudo en Grecia y Roma, de un velo candidísimo adornado, puso en su seno a la celeste Venus[24]; y más afortunadas que en un templo guardas las glorias ítalas, las únicas por las que un día los inermes Alpes y la pujanza alterna de los pueblos armas y haciendas te robaron, aras y patria y, salvo la memoria, todo[25]. Que el anhelo de gloria para mentes animosas refulja, y para Italia, y haremos los auspicios. Estos mármoles a menudo inspiraban a Vittorio, airado con los dioses; mudo erraba junto al Arno desierto, contemplando cielo y campos; y, luego de que nada viviente sus cuidados aliviase, hallaba aquí descanso, con su rostro pálido por la muerte y la esperanza[26]. Con estos grandes vive eterno: tiemblan de amor patrio sus huesos. ¡Sí!, con esta religiosa quietud nos habla un numen: donde Atenas dio tumbas a sus héroes, en Maratón, vencieron a los persas la furia y la virtud[27]. El navegante que fue por ese mar al sur de Eubea[28] miró en la gran oscuridad favilas, choques de espadas, yelmos relumbrantes, piras humosas de vapores ígneos, sombras armadas con fulgentes hierros que buscaban la pugna; y en las noches a través de los campos se extendían tumulto de falanges, son de tubas y pasos de caballos que pisaban yelmos de moribundos al galope, y lágrimas, y el canto de las Parcas. Parte IV ¡Feliz tú, que el espacio de los vientos, Ippolito, corriste siendo joven![29] Y, si el piloto izó tu vela allende las islas del Egeo, bien oíste rumor de gestas en el Helesponto, y la marea que llevó las armas de Aquiles al peñasco de Reteo, sobre los huesos de Áyax[30]: a los grandes la muerte les dispensa justa gloria: ni sabia astucia, ni favor de reyes al Ítaco guardaron sus trofeos, pues en su errante popa los robaron olas que incitan dioses infernales[31]. Y a mí, que el tiempo y el afán de gloria me hacen vagar entre diversas gentes, que evocar a los héroes me pidan las musas, animando el pensamiento. Se sientan los guardianes de las tumbas y cuando el tiempo, con sus frías alas, borra las ruinas, cantan las Pimpleas[32] alegrando el desierto, y su armonía pone fin al silencio de mil siglos. Y al presente, en la Tróade[33] sembrada, los peregrinos hallan el eterno memorial de la ninfa que fue esposa de Jove y tuvo a Dárdano, del que surgieron Troya, Asáraco, cincuenta tálamos y la insigne tribu Julia[34]. Empero, cuando Electra oyó la Parca, que al fin, con las vitales auras diurnas, la llamaba a los coros del Elíseo, mandó su voto a Jove, así diciendo: “Si amabas mis cabellos y mi rostro, y mis dulces vigilias, y no tienen mejores premios para mí los hados, mira a tu muerta amiga desde el cielo y de tu Electra así la fama dure”. Moría así, rezando. Y el Olímpico gimió, y de sus cabellos inmortales ambrosía vertió sobre la ninfa, consagrando su cuerpo y su sepulcro[35]. Reposa allí Erictonio, y las cenizas duermen de Ilo[36]: ahí damas ilíacas soltaban sus cabellos, lamentando de sus maridos la inmediata suerte[37]; ahí llegó Casandra, cuando el numen la impulsó a hablar de Troya un fatal día, y a las sombras cantó versos piadosos, guïando a sus sobrinos y enseñando sus piadosos lamentos a los jóvenes[38]. Y dijo suspirando: “¡Oh, si de Argos, donde apacentaréis a los caballos de Tídides y el hijo de Laertes, volvéis un día, buscaréis en vano vuestra patria![39] Los muros que hizo Febo se esfumarán debajo de sus ruinas; pero tendrán morada los penates de Troya en estas tumbas, pues los dioses preservarán su fama en tal miseria[40]. Y a vosotros, palmeras y cipreses que las nueras de Príamo plantaron, os regarán con lágrimas de viudas. Proteged a mis padres: quien el hacha piadoso aparte de sus sacras hojas no tendrá muchos lutos familiares y tocará el altar como los santos. Proteged a mis padres. Algún día veréis errar a un ciego mendicante a vuestra anciana sombra y, tanteando, pisar sepulcros y abrazar las urnas, y preguntarles[41]. Gemirán las cuevas secretas[42], y hablará toda la tumba de Ilión, dos veces hecha polvo y dos resucitada, por caminos mudos, para adornar el último trofeo de los Pelidas trágicos[43]. El vate, consolando esas almas con su canto, dará fama a los príncipes argivos por cuanta tierra abraza el padre Océano. Y tú tendrás honor de llantos, Héctor, donde se llore por la santa sangre por la patria vertida, mientras brille el sol sobre la humana desventura”[44]. (Traducción propia)
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[1] Ippolito Pindemonte
(Verona,1753 – íd., 1828) fue un escritor y traductor italiano cuya estética se
sitúa en la transición del neoclasicismo al romanticismo. Ugo Foscolo mantuvo
una larga amistad con Pindemonte y con él compartió la influencia del autor
inglés Thomas Gray, cuyo poema Elegy
written in a country churchyard (Elegía
escrita en un cementerio de aldea) inspiró profundamente a los dos autores
italianos. Según la teoría comúnmente aceptada por la crítica literaria
italiana hasta finales del siglo XX, Pindemonte se encontraba escribiendo hacia
1807 un poema titulado I cimiteri (Los cementerios), pero, cuando le llegó
la noticia de que Foscolo iba a publicar su oda Los sepulcros, interrumpió su escritura. Por el contrario, estudios
recientes apuntan a que Foscolo escribió Los
sepulcros un poco antes de que Pindemonte creara Los cementerios, inspirándose en las conversaciones sobre este tema
que había mantenido con su amigo. De cualquier forma, como gesto de respeto y
deferencia hacia su amigo, Foscolo menciona a Pindemonte en la dedicatoria de Los sepulcros y en 1808 Pindemonte
publicó otro poema con el mismo título –I
sepolcri–, en el cual trata el asunto de la muerte y los ritos funerarios
en un tono más intimista que Foscolo, cuyo texto se plantea desde un punto de
vista filosófico y civil.
[2] Dite era un dios
romano de ultratumba, cuyas funciones podrían equipararse a Hades en la
mitología griega. Los “límites de Dite”, por lo tanto, aluden al inframundo en
que, según las creencias grecorromanas, habitaban las almas de los muertos.
[3] En la mitología
grecorromana, el Aqueronte era un río del inframundo en que las almas de los
muertos sufrían y lloraban por las malas acciones que habían cometido en vida.
[4] Con esta “nueva ley”
impuesta a los sepulcros, Foscolo se refiere al edicto de Saint-Cloud, un
decreto dictado por Napoleón en la localidad francesa de Saint-Cloud el 12 de
junio de 1804, para unificar la legislación sobre cementerios en Francia y los
demás países del imperio napoleónico. La norma entró en vigor en 1806 para el
reino napoleónico de Italia, causando una fuerte controversia social. De
acuerdo con este edicto, las sepulturas debían situarse extramuros de las
ciudades, en lugares soleados y ventilados, y todas debían presentar formas y
dimensiones iguales. Sin embargo, el punto más polémico de esta ley, por el
cual mereció las críticas de poetas italianos como Foscolo y Pindemonte, fue el
hecho de que se prohibieran las inscripciones en las lápidas, con el fin de
evitar distinciones entre los muertos. Únicamente se permitían las
inscripciones en casos excepcionales, cuando una comisión de magistrados
decidiera que el difunto podía considerarse como una persona ilustre. Para
Foscolo y Pindemonte, esta normativa funeraria entrañaba el peligro de que las
personas realmente ilustres cayeran en el olvido y de que la sociedad
abandonara el culto a los muertos. El poema, por lo tanto, evidencia el giro
ideológico que Foscolo estaba sufriendo a mediados de la década de 1800, por el
cual pasó de unirse con entusiasmo a las filas del ejército napoleónico,
albergando la esperanza de que Bonaparte facilitara la independencia de ltalia,
a adoptar una actitud más crítica hacia la dominación francesa. De hecho,
Foscolo escribe Los sepulcros durante
su retorno a Italia, tras haber permanecido dos años (1804-1806) en Francia
como jefe de un batallón del ejército napoleónico. Este proceso gradual de
desencanto político culminará en 1814, cuando Napoleón abdica como emperador de
los franceses, en virtud del tratado de Fontainebleau, y el reino de Italia cae
en manos del imperio austriaco, después de que Francia padeciera una serie de
fuertes derrotas militares. Aunque en un principio Foscolo, retomando su grado
militar de jefe de batallón, intentó buscar en Milán hombres dispuestos a
luchar por el imperio napoleónico, decidió no emprender ninguna acción armada
contra los austriacos, considerando que las circunstancias llevarían cualquier
insurrección al fracaso. Incluso pensó en adaptarse a la situación cuando el
mariscal austriaco Heinrich Johann Bellegarde, que había sido nombrado
gobernador del nuevo reino lombardo-véneto, le ofreció un cargo como director
de una revista literaria, la “Biblioteca Italiana”. Foscolo aceptó el cargo y
redactó un programa de contenidos para la revista, pero, cuando supo que debía
prestar un juramento de fidelidad al nuevo régimen, huyó de Milán el 31 de
marzo de 1815, la noche antes de que se celebrara el acto del juramento. De
este modo comenzó su exilio definitivo, pues la obligación de jurar fidelidad a
un gobierno conservador de origen extranjero, que no podía satisfacer ninguna
aspiración de libertad y progreso para Italia, le parecía demasiado repugnante.
[5] El “sacerdote de
Talía” al que Foscolo alude –y al que menciona expresamente unos versos más
adelante– es el poeta italiano Giuseppe Parini (1729 – 1799). En la mitología
grecorromana, Talía es la musa de la comedia y la poesía bucólica, de modo que
la referencia a Parini se enlaza con la ironía con la que este poeta italiano
critica la sociedad lombarda de su tiempo y con su amor por la vida campestre,
en la que encuentra la virtud y la sencillez que no posee la vida urbana. Desde
la perspectiva de Foscolo, embebido del espíritu laico de la Ilustración, no
posee ninguna relevancia el hecho de que Parini se hubiera ordenado sacerdote
católico –tomó los votos poco después de cumplir veinticinco años, en junio de
1754, con el fin principal de recibir la pequeña herencia de una tía abuela
suya, que le había impuesto esta condición para convertirlo en su heredero–. Lo
realmente importante para Foscolo estriba en el sacerdocio poético que ejerce
Parini, en consonancia con la idea romántica del poeta como sacerdote.
[6] A pesar de llevar una
vida relativamente pobre como sacerdote católico y preceptor de aristócratas
lombardos, Parini nunca abandonó su dedicación a la poesía, de modo que Foscolo
lo imagina regando un laurel –símbolo de Apolo, a quien acompañaban las nueve
musas como séquito, y por antonomasia de la poesía– y ofreciendo coronas hechas
con las hojas de este árbol a la musa Talía.
[7] En su papel de musa
de la comedia, Talía inspira la ironía ilustrada que Parini despliega en su
obra Il mattino (La mañana), un poema filosófico escrito en forma de epístola a un
anónimo joven de la nobleza, en el que se burla de las clases altas de su
tiempo, censurando vicios como la ociosidad, la afición al lujo o las
costumbres disipadas, mientras describe una mañana en la vida cotidiana de ese
joven. Por otro lado, la tradición griega considera a Sardanápalo, que habría
sido el último rey de Asiria, como ejemplo clásico de monarca entregado a una
vida ociosa y disoluta, así que Foscolo equipara a toda la nobleza lombarda, a
través de una conjunción de metáfora y sinécdoque, con este rey asirio para denigrarla.
[8] Quizá Foscolo no solo
se refiere a los bueyes que aran las tierras de los aristócratas lombardos,
permitiéndoles vivir ociosamente, y que también los proveen de buena carne,
sino que también se burla veladamente de las clases inferiores que los apoyan,
calificándolas de “bueyes” por su mansedumbre y sumisión a una aristocracia
corrompida.
[9] Las “grutas abduanas”
se corresponderían con los establos de la localidad de Lodi, situada junto a
las orillas del río Adda (“Abdua” en latín), el cual discurre por gran parte de
la región de Lombardía. Un recurso frecuente en la poesía de Foscolo consiste
en usar términos y expresiones cultas para nombrar realidades cotidianas,
creando un efecto irónico por el extrañamiento del lector.
[10] El cantón del Tesino es una región situada en
el sur de los Alpes y perteneciente en la actualidad a Suiza, la cual limita
con la frontera norte de Italia. En la época de Foscolo, formaba parte de la
región de Lombardía.
[11] Foscolo lamenta que Milán, la ciudad en que
Parini pasó gran parte de su vida y murió, no fuera capaz de erigir en su época
ningún monumento dedicado a la memoria de este poeta y, por el contrario,
dedicara toda su atención a aplaudir fervorosamente a los castrati, cantantes sometidos a la castración en su infancia para
conservar la agudeza de sus voces infantiles y que gozaron de popularidad en el
siglo XVIII, por el gran virtuosismo que alcanzaron algunos.
[12] Desde una visión
historicista y afín al pensamiento de Giambattista Vico, Foscolo considera que
la aparición de las instituciones, como el matrimonio, los tribunales de
justicia y la religión, ha permitido a los seres humanos salir de un estado de
barbarie. Según el poeta, los ritos funerarios habrían surgido como
consecuencia de este proceso de civilización, ofreciendo a los difuntos el
cuidado y el respeto que la propia naturaleza les niega.
[13] En este pasaje,
Foscolo critica desde una óptica ilustrada las creencias y costumbres de la
Edad Media: la proliferación de tumbas en el interior de los templos, los
contagios de enfermedades por este motivo, el uso de una imaginería macabra en
la arquitectura y las artes o las supersticiones relacionadas con la muerte,
como la idea de que los familiares muertos podían asustar a los niños si no se
pagaba a los sacerdotes para que rezaran por sus almas (la “plegaria venal” a
la que alude el poeta).
[14] Frente a su visión
oscura de la Edad Media, el poeta celebra la Antigüedad grecorromana como
modelo para los ritos funerarios, con cementerios situados al aire libre y
decorados con coníferas aromáticas, como cedros y cipreses.
[15] En este pasaje, el
poeta elogia los cementerios suburbanos ingleses –que debió conocer durante sus
años de exilio en el Reino Unido– como los que más se acercaban en su tiempo al
modelo ideal de los camposantos de la Antigüedad grecorromana, por su carácter
de espacios ajardinados y apacibles. Al mismo tiempo, describe cómo las jóvenes
inglesas rezan por la vuelta a Inglaterra del almirante Horatio Nelson. Según
cierta tradición, Nelson habría cortado el palo mayor del Orient, uno de los buques insignia de la marina francesa, y habría
encargado hacer su propio ataúd con la madera de este palo, tras vencer a la
armada de Napoleón en la conocida como batalla del Nilo, la cual se produjo en
la bahía de Abu Qir, en la costa mediterránea de Egipto, del 1 al 3 de agosto
de 1798.
[16] Frente a las virtudes
cívicas que Foscolo aprecia en la Antigüedad grecorromana y en la Inglaterra de
su tiempo, el poeta lamenta la postración de la sociedad italiana, dominada por
el afán de lucro y el temor servil a las autoridades. En ese contexto, los
monumentos funerarios se convierten en una “pompa inútil”, pues no ofrecen
ninguna lección moral a los vivos, y reproducen “las nuevas imágenes del Orco”
(es decir, la estética lúgubre de cierta imaginería cristiana, encarnada en
ejemplos como las ánimas del purgatorio, los condenados al infierno u otras representaciones
de ultratumba).
[17]
El poeta critica
la decadencia de la aristocracia italiana de su tiempo, que habita enterrada en
vida en sus palacios y que solo puede presumir de la apariencia imponente de
sus escudos heráldicos, pues no contribuye de ninguna forma al progreso ni al
bienestar de su país.
[18] Foscolo menciona a
Maquiavelo, enterrado en la basílica de la Santa Croce en Florencia,
considerando su pensamiento político como una explicación de las tiranías y los
abusos de poder que sufren numerosos pueblos.
[19] El poeta se refiere a
Michelangelo Buonarrotti, quien a su juicio habría creado un “nuevo Olimpo”
para los dioses en Roma, con el renacimiento de la belleza clásica plasmado en
sus obras, como el diseño de la cúpula de la basílica de san Pedro, los frescos
de la capilla Sixtina o sus diversas esculturas. La tumba de Buonarrotti, como
las de los personajes citados, se encuentra en la basílica de la Santa Croce en
Florencia.
[20] El autor alude a
Galileo Galilei, enterrado también en la basílica de la Santa Croce, cuyos
experimentos confirmaron la rotación de los planetas en torno al sol.
[21] Se refiere a Isaac
Newton, que avanzó en sus investigaciones astronómicas gracias a los
experimentos de Galileo, formulando la ley de la gravitación universal.
[22] Foscolo se refiere como “iracundo gibelino” a Dante Alighieri, que empezó a escribir la Divina comedia para olvidar sus desventuras personales, no mucho tiempo después de que las autoridades de Florencia lo condenaran a una pena de exilio perpetuo que lo llevó por varias ciudades del norte de Italia, hasta fallecer en Rávena en 1321. Aunque Dante perteneció a una facción política conocida como “güelfos negros”, la posteridad lo identificó a menudo como gibelino por haber escrito en sus años de exilio el ensayo De monarchia (Sobre la monarquía), en el cual defendió la tesis de que la autoridad del emperador no proviene del papa. En este sentido, cabe recordar que los güelfos y los gibelinos se distinguían por sus posturas encontradas en el conflicto histórico entre el papa y el emperador del Sacro Imperio Romano Germánico: mientras que los güelfos apoyaban al primero, reivindicando el predominio del poder eclesiástico, los gibelinos se alineaban con el segundo para reclamar la autonomía del poder imperial.
[23] Con el “dulce labio
de Calíope”, Foscolo se refiere a Petrarca y a la poesía amorosa de su Cancionero, pues Calíope se consideraba
la musa de la poesía por antonomasia.
[24] La “celeste Venus” se
corresponde con Laura de Noves, la aristócrata de origen provenzal que, según
la tradición, inspiró el Cancionero
de Petrarca.
[25] El poeta destaca la
importancia de conservar la memoria histórica del pueblo italiano en los
tiempos de la dominación napoleónica, para que en un futuro la nación sometida
pueda resurgir con orgullo.
[26] Foscolo describe cómo
el poeta Vittorio Alfieri, con su carácter iracundo, melancólico y amante de la
soledad, encuentra sosiego entre las piedras antiguas de Florencia, cerrando la
nómina de grandes personajes sepultados en la basílica de la Santa Croce que se
menciona en esta tercera parte de la oda.
[27] Con un símil insólito,
Foscolo equipara el panteón de personajes ilustres situado en la basílica de la
Santa Croce al túmulo que los atenienses erigieron en la llanura de Maratón
para sus guerreros caídos en la batalla homónima. De este modo, el poeta considera
que el amor a la patria italiana, encarnado en los muertos de la basílica
florentina, posee fuerza y méritos semejantes al amor de los soldados griegos
por su ciudad-estado. Esta idea entronca con uno de los ejes del pensamiento
ilustrado: la patria no solo debe sostenerse con las armas, sino también –y
sobre todo– con la filosofía, las artes y las ciencias.
[28] El poeta se refiere a
un episodio relatado por el geógrafo e historiador griego Pausanias en su obra Descripción de Grecia: después de que los
atenienses derrotaran a los persas en Maratón, uno de los navegantes que
llevaban en sus barcos al ejército ateniense, pasando una noche cerca de la
isla de Eubea, creyó ver cómo los espíritus de los soldados griegos muertos
intentaban reanudar la batalla, en un alarde póstumo de coraje. Este episodio
legendario permite a Foscolo cerrar la tercera parte de Los sepulcros con una escena fantasmagórica, en consonancia con la
estética romántica que ganaba popularidad a comienzos del siglo XIX.
[29] El poeta Ippolito
Pindemonte, a quien Foscolo dedica Los
sepulcros, había viajado por los mares de Grecia en sus años de juventud.
[30] Según la Odisea
de Homero, las armas del difunto Aquiles debían entregarse como una reliquia
santa al soldado a quien se consideraba más fuerte después de aquél, Áyax,
siguiendo la costumbre del ejército aqueo. Sin embargo, Ulises consiguió con su
proverbial astucia que se las entregaran a él injustamente. Áyax enloqueció por
el dolor que le causaba esta situación y, cuando recobró la cordura, se
suicidó. Algún tiempo más tarde, mientras Ulises emprendía su viaje de retorno
a Ítaca, su barco se encontró con una fuerte marea y las olas le arrebataron
las armas de Aquiles para llevarlas hasta el promontorio Reteo, una peña situada
junto al mar donde, según el mito, reposaban los huesos de Áyax.
[31] El poeta imagina cómo
las olas se llevan las armas de Aquiles, que Ulises había depositado en la popa
de su barco.
[32] El filósofo
presocrático Epicarmo afirmaba que las nueve musas habrían sido hijas de Píero,
rey de Macedonia, y una ninfa procedente de la ciudad griega de Pimplea; por
este motivo, Foscolo se refiere a las musas como las Pimpleas.
[33] La Tróade era una
región situada al noroeste del Asia Menor (es decir, la actual península de
Anatolia), en la cual se encuentran las ruinas de la antigua Troya.
[34] Electra –no debe
confundirse con la Electra hija de Agamenón, rey de Micenas, que inspiró la
famosa tragedia homónima de Sófocles–, según la mitología griega, era una de
las siete Pléyades –las hijas del titán Atlas y la ninfa Pléyone–. De su
relación con Júpiter la pléyade Electra tuvo un hijo, Dárdano, que fundó al pie
del monte Ida una ciudad llamada Dardania o Dárdano, no muy lejos de la cual se
fundaría posteriormente la ciudad de Troya. Asáraco, al que también Foscolo
menciona en este pasaje, era bisnieto de Dárdano y heredó el trono de Dardania.
Los “cincuenta tálamos” que nombra Foscolo remiten a un pasaje de la “Eneida”
de Virgilio (libro II, verso 505): según este poeta romano, el rey troyano
Príamo contaba con cincuenta hijos varones, todos ellos casados, que le
ofrecían la “esperanza de una numerosísima prole”. Por último, la referencia a
la “tribu Julia” (es decir, la tribu itálica de la que procedía Julio César,
fundador del imperio romano) se vincula al mito de los orígenes troyanos de
Roma, pues el propio Julio César afirmaba que su linaje procedía del héroe
Eneas.
[35] A diferencia de sus seis hermanas, que fueron catasterizadas (es decir, convertidas en estrellas) por Júpiter, a Electra se la denomina “la Pléyade perdida”, pues una leyenda griega relata que, cuando los aqueos devastaron Troya, Electra se cortó su cabellera en señal de luto y esta se transformó en un cometa, el cual solo puede avistarse en contadas ocasiones, mientras que las demás Pléyades pueden verse siempre en el firmamento. Alguna versión del mito, además, afirma que Electra habría rechazado convertirse en estrella para no contemplar las ruinas de Troya desde el cielo. Foscolo se imagina cómo Júpiter (“el Olímpico”) gime por la muerte de la ninfa a la que había amado, mientras derrama ambrosía de sus cabellos para hacer de la tumba de Electra un lugar sagrado, pues los griegos creían que esta bebida mágica, entre otras virtudes, podía preservar los cadáveres de la corrupción.
[36] Erictonio fue el
segundo hijo de Dárdano. Sucedió a su padre en el trono de Dardania y engendró
a Tros, que se convertiría en soberano de esta ciudad. A su vez, Ilo fue uno de
los tres hijos de Tros, junto con Asáraco y Ganímedes, y abandonó Dardania para
fundar la ciudad de Ilión –más tarde conocida como Troya–, proclamándose su
primer monarca.
[37] Las mujeres de los
troyanos, soltando sus cabellos, acuden al lugar sagrado donde se encuentran
las tumbas de varios de los fundadores de Troya, como Electra, Erictonio e Ilo,
para llorar desesperadas y pedir a los dioses que salvaran a sus maridos de
morir en la guerra contra los aqueos, aunque estas plegarias no darían fruto,
pues el destino de los troyanos consistía en sufrir una terrible masacre.
[38] Casandra, con el don
de la profecía que le concedió Apolo, presagia la victoria del ejército aqueo y
la destrucción de Troya. Por este motivo, se acerca a las tumbas de los
fundadores de Troya, acompañada por sus sobrinos y por un grupo de jóvenes
troyanos, para cantar un himno piadoso a sus propios antepasados y educar a las
nuevas generaciones en el culto a los difuntos.
[39] Casandra predice que
los troyanos supervivientes de la guerra servirán como esclavos a los griegos,
pastoreando los caballos de Diomedes –también conocido como Tídides por ser
hijo de Tideo, rey de Etolia– y de Ulises –hijo de Laertes, rey de Ítaca–; y
que, si algún día pueden volver a su patria, no la reconocerán, pues Troya
habrá quedado totalmente destruida.
[40] Los penates eran los dioses protectores del hogar y la familia en la antigua Roma, cuyo culto, según la tradición, habría sido introducido por el héroe troyano Eneas al llegar a Italia. Por este motivo, Foscolo incluye la referencia a los penates en el parlamento de Casandra.
[41] El “ciego mendicante” se identifica con Homero, al que la tradición supone invidente. Foscolo imagina cómo el poeta griego visitaría las ruinas de Troya, buscando inspiración para la Iliada entre los sepulcros y las urnas funerarias de esta ciudad.
[42] Los hipogeos (es
decir, las sepulturas hechas en cuevas o galerías subterráneas) resonarían con
el lamento de los dioses penates por la destrucción de Troya.
[43] Los espíritus de los
troyanos difuntos hablarían a Homero para contarle la historia de esta ciudad,
que según la mitología griega fue destruida dos veces (primero por Hércules y
después por las amazonas) y reconstruida dos veces, antes de que el ejército
aqueo la arrasara definitivamente. Con el nombre de Pelidas se conocía a
Aquiles y su hijo Neoptólemo –que, según Homero, fue llamado Pirro hasta los
doce años–, por el hecho de que Aquiles era hijo del héroe Peleo. Para Foscolo,
las ruinas de Troya aparecen como “el último trofeo” que simboliza la victoria
de los Pelidas, cuyo destino final resultó trágico, pues Aquiles murió en el
curso de la guerra de Troya a manos de su hermano Paris, que le habría clavado
una flecha en el talón o un puñal en la espalda mientras visitaba a Políxena,
una princesa troyana de la que se había enamorado; mientras que Neoptólemo, a
pesar de sobrevivir a la guerra, terminó asesinado por Orestes, hijo del rey
Agamenón, en el oráculo de Delfos.
[44] El parlamento de Casandra –y el texto de Foscolo– finaliza con un emocionado recuerdo para Héctor, el comandante del ejército troyano que murió a manos de Aquiles. Si la Ilíada acaba con los funerales de Héctor –oficiados por su padre, Príamo–, los últimos versos de Los sepulcros llevan el eco de esta referencia, de manera que Foscolo pretende establecer un vínculo directo entre la épica homérica y su propia obra.
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