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miércoles, 30 de octubre de 2024

Los sepulcros (una traducción de Ugo Foscolo)

Retrato de Ugo Foscolo. Óleo sobre lienzo de Natale Schiavoni.
Galleria d'Arte Moderna (Florencia).

 

Dei Sepolcri

(A Ippolito Pindemonte)

Parte I

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? Ove più il Sole
Per me alla terra non fecondi questa
Bella d’erbe famiglia e d’animali,
E quando vaghe di lusinghe innanzi
A me non danzeran l’ore future,
Nè da te, dolce amico, udrò più il verso
E la mesta armonia che lo governa,
Nè più nel cor mi parlerà lo spirto
Delle vergini Muse e dell’Amore,
Unico spirto a mia vita raminga,
Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
Che distingua le mie dalle infinite
Ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
Tutte cose l’obblio nella sua notte;
E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perchè pria del tempo a sè il mortale
Invidierà l’illusion che spento
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori adorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
Fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
O ricovrarsi sotto le grandi ale
Del perdono d’lddio: ma la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba
Ove nè donna innamorata preghi,
Nè passeggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri,
Fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
Contende. E senza tomba giace il tuo
Sacerdote, o Talia, che a te cantando
Nel suo povero tetto educò un lauro
Con lungo amore, e t’appendea corone;
E tu gli ornavi del tuo riso i canti
Che il lombardo pungean Sardanapalo,
Cui solo è dolce il muggito de’ buoi
Che dagli antri abduani e dal Ticino
Lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
Spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
Fra queste piante ov’io siedo e sospiro
Il mio tetto materno. E tu venivi
E sorridevi a lui sotto quel tiglio
Ch’or con dimesse frondi va fremendo
Perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio,
Cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando, ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblîate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
Non sorge fiore ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto:

Parte II

Dal dì che nozze e tribunali ed are
Dier alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
I miserandi avanzi che Natura
Con veci eterne a’ sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Ed are a’ figli; e uscìan quindi i responsi
De’ domestici Lari, e fu temuto
Su la polve degli avi il giuramento:
Religïon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
Fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
De’ cadaveri il lezzo i supplicanti
Contaminò; nè le città fur meste
D’effigïati scheletri: le madri
Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
Nude le braccia su l’amato capo
Del lor caro lattante, onde nol desti
Il gemer lungo di persona morta
Chiedente la venal prece agli eredi
Dal santuario. Ma cipressi e cedri
Di puri effluvi i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l’urne
Per memoria perenne; e prezïosi
Vasi accogliean le lagrime votive.
Rapìan gli amici una favilla al Sole
A illuminar la sotterranea notte,
Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
Amaranti educavano e viole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte o a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
De’ suburbani avelli alle britanne
Vergini, dove le conduce amore
Della perduta madre, ove clementi
Pregaro i Geni del ritorno al prode
Che tronca fe’ la trîonfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite gesta
E sien ministri al vivere civile
L’opulenza e il tremore, inutil pompa
E inaugurate immagini dell’Orco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello Italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
Morte apparecchi riposato albergo,
Ove una volta la fortuna cessi
Dalle vendette, e l’amistà raccolga
Non di tesori eredità, ma caldi
Sensi e di liberal carme l’esempio.

Parte III

A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta. Io quando il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande
Che, temprando lo scettro a’ regnatori,
Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue;
E l’arca di colui che nuovo Olimpo
Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
Sotto l’etereo padiglion rotarsi
Più Mondi, e il Sole irradiarli immoto,
Onde all’Anglo che tanta ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmamento:
Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pe’ lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
E tu i cari parenti e l’idïoma
Dèsti a quel dolce di Calliope labbro,
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste;
Ma più beata che in un tempio accolte
Serbi l’Itale glorie, uniche forse
Da che le mal vietate Alpi e l’alterna
Onnipotenza delle umane sorti,
Armi e sostanze t’invadeano, ed are
E patria, e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
Quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
Venne spesso Vittorio ad ispirarsi,
Irato a’ patrii Numi; errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
Desîoso mirando; e poi che nullo
Vivente aspetto gli molcea la cura,
Qui posava l’austero; e avea sul volto
Il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
Religïosa pace un Nume parla:
E nutrìa contro a’ Persi in Maratona
Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
La virtù greca e l’ira. Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
Vedea per l’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
Fumar le pire igneo vapor, corrusche
D’armi ferree vedea larve guerriere
Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
Silenzi si spandea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto e un suon di tube
E un incalzar di cavalli accorrenti
Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Parte IV

Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
Oltre l’isole Egée, d’antichi fatti
Certo udisti suonar dell’Ellesponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode Retèe l’armi d’Achille
Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte:
Nè senno astuto, nè favor di regi
All’Itaco le spoglie ardue serbava,
Chè alla poppa raminga le ritolse
L’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
Fan per diversa gente ir fuggitivo,
Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
Del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
Il tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
Eterno splende a’ peregrini un loco
Eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
Onde fur Troja e Assàraco e i cinquanta
Talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
Che lei dalle vitali aure del giorno
Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
Mandò il voto supremo: E se diceva,
A te fur care le mie chiome e il viso
E le dolci vigilie, e non mi assente
Premio miglior la volontà de’ fati,
La morta amica almen guarda dal cielo
Onde d’Elettra tua resti la fama.
Così orando moriva. E ne gemea
L’Olimpio; e l’immortal capo accennando
Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa
E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio: e dorme il giusto
Cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
Da’ lor mariti l’imminente fato;
Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
Le fea parlar di Troja il dì mortale,
Venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepoti, e l’amoroso
Apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo,
Ove al Tidide e di Laerte al figlio
Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il cielo, invan la patria vostra
Cercherete! le mura, opra di Febo,
Sotto le lor reliquie fumeranno;
Ma i Penati di Troja avranno stanza
In queste tombe; chè de’ Numi è dono
Servar nelle miserie altero nome.
E voi palme e cipressi che le nuore
Piantan di Priamo, e crescerete ahi! presto
Di vedovili lagrime innaffiati.
Proteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi
Men si dorrà di consanguinei lutti
E santamente toccherà l’altare,
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
E interrogarle. Gemeranno gli antri
Secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
Splendidamente su le mute vie
Per far più bello l’ultimo trofeo
Ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
I prenci argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.

 


Los sepulcros

(A Ippolito Pindemonte)[1]

Parte I

Con sombras de cipreses y en las urnas
consoladas por llanto, ¿es menos duro
el sueño de la muerte? Cuando el sol
para mí no fecunde más en tierra
su hermosa grey de plantas y animales,
y entonces, cuando leves, con halagos,
no bailen para mí futuras horas,
ni sienta, dulce amigo, ya tu verso
ni la triste armonía que lo rige,
ni ya a mi corazón hable el espíritu
de las vírgenes musas y el Amor,
único numen de mi vida errante,
¿qué consuelo podrá dar una piedra
que distinga los míos de infinitos
huesos que en tierra y mar siembra la muerte?
¡Es verdad, Pindemonte! La Esperanza,
última diosa, deja los sepulcros;
todo cubre el olvido con su noche;
y lo fatiga trabajosa fuerza
paso a paso; y al hombre, con sus tumbas
y los últimos rostros y vestigios
de la tierra y el cielo, muda el tiempo.
Pero… ¿por qué el mortal, antes de tiempo,
envidia la ilusión que, cuando muere,
lo sujeta a los límites de Dite?[2]
¿Quizá no vive incluso bajo tierra,
cuando no siente la armonía diurna,
si logra despertarla con amables
cuidados en la mente de los suyos?
Celeste es ese vínculo, celeste
don para los humanos; y a menudo
con el amigo muerto viven ellos
y el muerto con nosotros, si piadosa
la tierra que lo acoge y lo nutría,
dándole último asilo en su regazo
materno, guarda sus reliquias sacras
de la cruel intemperie y del profano
pie del vulgo, y un nombre está en la piedra,
y, con sus flores, árboles amigos
las cenizas consuelan con su sombra.
Solo quien no le deja afecto a nadie
goza poco en la urna; y cuando pasan
sus exequias, ve cómo su alma yerra
entre el llanto en los templos de Aqueronte[3],
o se cobija tras las grandes alas
del divino perdón; pero su polvo
yace en ortigas de desierto suelo,
donde ni dama enamorada reza,
ni el peregrino escucha los suspiros
que nos manda del túmulo Natura.
Hoy nueva ley se impone a los sepulcros,
sin piadosas miradas, y a los muertos
roba el nombre[4]. Y sin lápida, Talía,
yace tu sacerdote[5], cuyo canto,
con largo amor, bajo su pobre techo,
regó un laurel y te ofrendó coronas[6];
y ornabas con tu risa sus canciones
que herían al lombardo Sardanápalo[7],
quien ama los mugidos de los bueyes[8]
que en las grutas abduanas[9] y el Tesino[10]
lo distraen con ocios y con viandas.
Oh, bella Musa, ¿dónde estás? No noto
que espire la ambrosía de tu numen
entre las plantas donde yo me siento
y añoro mi morada. Y tú venías
con tal de sonreírle bajo el tilo
que ya con sus caídas hojas tiembla.
Diosa, ¿por qué no cubres al anciano
que fue cubierto ya de calma y sombra?
¿Miras, entre los túmulos plebeyos
errante, dónde está la sacra testa
de tu Parini? Sombras no le pone
entre sus muros la ciudad, lasciva
de cantores eunucos seguidora[11],
ni piedra, ni inscripción; tal vez sus huesos
ensangrienta un ladrón decapitado
que dejó en el cadalso los delitos.
Oigo que raspa escombros y tocones
la abandonada perra, paseando
las fosas, con famélicos aullidos,
y del cráneo surge, tras la luna,
la abubilla, volando por las cruces
dispersas en la fúnebre campaña,
y maldice, con lóbrego lamento,
la luz que mandan, pías, las estrellas
a olvidados sepulcros. Diosa, en vano
para tu vate pides el rocío
de la escuálida noche. De los muertos
no surge flor a menos que la críen
humanas loas y amoroso llanto.

Parte II

Desde que jueces, tálamos y altares
a las humanas bestias inculcaron
la piedad, los vivientes arrebatan
al éter impiadoso y a las fieras
los míseros despojos que Natura,
con sus leyes eternas, abandona[12].
Los sepulcros hablaban de los fastos,
las aras de los hijos; y sus lares
ofrecían respuestas; sobre el polvo
de los muertos se hacía juramento:
religión hecha con diversos ritos
que la piedad y las virtudes patrias
por muchísimos años conservaron.
No siempre fueron lápidas el suelo
de templos, ni, bañados en incienso,
los hedores de muertos a los vivos
infectaban; las villas no tenían
efigies de esqueletos; ni las madres
se agitaban de pánico y tendían
sus brazos hacia la cabeza amada
de su niño, al que nunca despertaron
gemidos largos de persona muerta,
pidiendo a su heredero la plegaria
venal[13]. En cambio, cedros y cipreses,
impregnando los céfiros de efluvios,
verde perenne daban a las urnas,
por memoria perenne; y los preciosos
vasos guardaban lágrimas votivas[14].
Al sol hurtaban lumbre los amigos
para alumbrar la noche subterránea,
pues los ojos humanos, en la muerte,
buscan el sol; y el último suspiro
todos los pechos a la luz envían.
Las fontanas, vertiendo aguas lustrales,
producían violetas y amarantos
en sacro suelo; y el que se sentaba
a libar leche o a contar sus penas
a los muertos, en torno, una fragancia
sentía como el aura del Elíseo.
Santa locura infunde amor al huerto
de ancestros suburbanos en las vírgenes
británicas, llevadas por cariño
de su perdida madre, en el que ruegan
a píos genios que retorne el bravo
que descuajó de la vencida nave
el mayor palo, y se labró su féretro[15].
Pero, si duerme el eco de las gestas
y en la cívica vida solo rigen
opulencia y temor, la pompa inútil
y las nuevas imágenes del Orco
labran cipos y mármol estatuario[16].
Ya el docto, el rico y el patricio vulgo,
inteligencia y pundonor de Italia,
en sus palacios tiene sepulturas
en vida, y gloria solo en sus escudos[17].
La muerte nos prepara un calmo albergue,
donde cesa por fin el predominio
de la venganza, y la amistad no hereda
tesoros, sino cálidos afectos
y enseñanzas de un canto generoso.

Parte III

Al alma fuerte inspiran altas cosas
las urnas de los fuertes, Pindemonte:
y al peregrino santa le parece
la tierra que las guarda, como a mí
tras ver el monumento donde yace
el cuerpo del insigne, que, mesando
los cetros de los reyes, a los pueblos
desvela de qué llanto y sangre vienen[18];
y el arca del que alzara un nuevo Olimpo
a los dioses en Roma[19]; y del que viera
bajo el eterno pabellón, rotantes,
los mundos, ante el sol que luce inmóvil[20],
por quien el anglo, con tendidas alas,
las vías despejó del firmamento[21];
¡bendita tú, grité por las felices
auras plenas de vida, y por los baños
que en sus cumbres te ofrece el Apenino!
La luna alegre viste de tus aires,
de clarísima luz tus altozanos,
festivos en vendimia, y por los valles,
de casas y olivares bien poblados,
miles de flores dan incienso al cielo;
tú, Florencia, primero oíste el canto
que alegró al iracundo gibelino[22],
y los caros parientes y el idioma
le diste al dulce labio de Calíope[23],
que Amor, siempre desnudo en Grecia y Roma,
de un velo candidísimo adornado,
puso en su seno a la celeste Venus[24];
y más afortunadas que en un templo
guardas las glorias ítalas, las únicas
por las que un día los inermes Alpes
y la pujanza alterna de los pueblos
armas y haciendas te robaron, aras
y patria y, salvo la memoria, todo[25].
Que el anhelo de gloria para mentes
animosas refulja, y para Italia,
y haremos los auspicios. Estos mármoles
a menudo inspiraban a Vittorio,
airado con los dioses; mudo erraba
junto al Arno desierto, contemplando
cielo y campos; y, luego de que nada
viviente sus cuidados aliviase,
hallaba aquí descanso, con su rostro
pálido por la muerte y la esperanza[26].
Con estos grandes vive eterno: tiemblan
de amor patrio sus huesos. ¡Sí!, con esta
religiosa quietud nos habla un numen:
donde Atenas dio tumbas a sus héroes,
en Maratón, vencieron a los persas
la furia y la virtud[27]. El navegante
que fue por ese mar al sur de Eubea[28]
miró en la gran oscuridad favilas,
choques de espadas, yelmos relumbrantes,
piras humosas de vapores ígneos,
sombras armadas con fulgentes hierros
que buscaban la pugna; y en las noches
a través de los campos se extendían
tumulto de falanges, son de tubas
y pasos de caballos que pisaban
yelmos de moribundos al galope,
y lágrimas, y el canto de las Parcas.

Parte IV

¡Feliz tú, que el espacio de los vientos,
Ippolito, corriste siendo joven![29]
Y, si el piloto izó tu vela allende
las islas del Egeo, bien oíste
rumor de gestas en el Helesponto,
y la marea que llevó las armas
de Aquiles al peñasco de Reteo,
sobre los huesos de Áyax[30]: a los grandes
la muerte les dispensa justa gloria:
ni sabia astucia, ni favor de reyes
al Ítaco guardaron sus trofeos,
pues en su errante popa los robaron
olas que incitan dioses infernales[31].
Y a mí, que el tiempo y el afán de gloria
me hacen vagar entre diversas gentes,
que evocar a los héroes me pidan
las musas, animando el pensamiento.
Se sientan los guardianes de las tumbas
y cuando el tiempo, con sus frías alas,
borra las ruinas, cantan las Pimpleas[32]
alegrando el desierto, y su armonía
pone fin al silencio de mil siglos.
Y al presente, en la Tróade[33] sembrada,
los peregrinos hallan el eterno
memorial de la ninfa que fue esposa
de Jove y tuvo a Dárdano, del que
surgieron Troya, Asáraco, cincuenta
tálamos y la insigne tribu Julia[34].
Empero, cuando Electra oyó la Parca,
que al fin, con las vitales auras diurnas,
la llamaba a los coros del Elíseo,
mandó su voto a Jove, así diciendo:
“Si amabas mis cabellos y mi rostro,
y mis dulces vigilias, y no tienen
mejores premios para mí los hados,
mira a tu muerta amiga desde el cielo
y de tu Electra así la fama dure”.
Moría así, rezando. Y el Olímpico
gimió, y de sus cabellos inmortales
ambrosía vertió sobre la ninfa,
consagrando su cuerpo y su sepulcro[35].
Reposa allí Erictonio, y las cenizas
duermen de Ilo[36]: ahí damas ilíacas
soltaban sus cabellos, lamentando
de sus maridos la inmediata suerte[37];
ahí llegó Casandra, cuando el numen
la impulsó a hablar de Troya un fatal día,
y a las sombras cantó versos piadosos,
guïando a sus sobrinos y enseñando
sus piadosos lamentos a los jóvenes[38].
Y dijo suspirando: “¡Oh, si de Argos,
donde apacentaréis a los caballos
de Tídides y el hijo de Laertes,
volvéis un día, buscaréis en vano
vuestra patria![39] Los muros que hizo Febo
se esfumarán debajo de sus ruinas;
pero tendrán morada los penates
de Troya en estas tumbas, pues los dioses
preservarán su fama en tal miseria[40].
Y a vosotros, palmeras y cipreses
que las nueras de Príamo plantaron,
os regarán con lágrimas de viudas.
Proteged a mis padres: quien el hacha
piadoso aparte de sus sacras hojas
no tendrá muchos lutos familiares
y tocará el altar como los santos.
Proteged a mis padres. Algún día
veréis errar a un ciego mendicante
a vuestra anciana sombra y, tanteando,
pisar sepulcros y abrazar las urnas,
y preguntarles[41]. Gemirán las cuevas
secretas[42], y hablará toda la tumba
de Ilión, dos veces hecha polvo y dos
resucitada, por caminos mudos,
para adornar el último trofeo
de los Pelidas trágicos[43]. El vate,
consolando esas almas con su canto,
dará fama a los príncipes argivos
por cuanta tierra abraza el padre Océano.
Y tú tendrás honor de llantos, Héctor,
donde se llore por la santa sangre
por la patria vertida, mientras brille
el sol sobre la humana desventura”[44].

(Traducción propia)

 



[1] Ippolito Pindemonte (Verona,1753 – íd., 1828) fue un escritor y traductor italiano cuya estética se sitúa en la transición del neoclasicismo al romanticismo. Ugo Foscolo mantuvo una larga amistad con Pindemonte y con él compartió la influencia del autor inglés Thomas Gray, cuyo poema Elegy written in a country churchyard (Elegía escrita en un cementerio de aldea) inspiró profundamente a los dos autores italianos. Según la teoría comúnmente aceptada por la crítica literaria italiana hasta finales del siglo XX, Pindemonte se encontraba escribiendo hacia 1807 un poema titulado I cimiteri (Los cementerios), pero, cuando le llegó la noticia de que Foscolo iba a publicar su oda Los sepulcros, interrumpió su escritura. Por el contrario, estudios recientes apuntan a que Foscolo escribió Los sepulcros un poco antes de que Pindemonte creara Los cementerios, inspirándose en las conversaciones sobre este tema que había mantenido con su amigo. De cualquier forma, como gesto de respeto y deferencia hacia su amigo, Foscolo menciona a Pindemonte en la dedicatoria de Los sepulcros y en 1808 Pindemonte publicó otro poema con el mismo título –I sepolcri–, en el cual trata el asunto de la muerte y los ritos funerarios en un tono más intimista que Foscolo, cuyo texto se plantea desde un punto de vista filosófico y civil.

[2] Dite era un dios romano de ultratumba, cuyas funciones podrían equipararse a Hades en la mitología griega. Los “límites de Dite”, por lo tanto, aluden al inframundo en que, según las creencias grecorromanas, habitaban las almas de los muertos.

[3] En la mitología grecorromana, el Aqueronte era un río del inframundo en que las almas de los muertos sufrían y lloraban por las malas acciones que habían cometido en vida.

[4] Con esta “nueva ley” impuesta a los sepulcros, Foscolo se refiere al edicto de Saint-Cloud, un decreto dictado por Napoleón en la localidad francesa de Saint-Cloud el 12 de junio de 1804, para unificar la legislación sobre cementerios en Francia y los demás países del imperio napoleónico. La norma entró en vigor en 1806 para el reino napoleónico de Italia, causando una fuerte controversia social. De acuerdo con este edicto, las sepulturas debían situarse extramuros de las ciudades, en lugares soleados y ventilados, y todas debían presentar formas y dimensiones iguales. Sin embargo, el punto más polémico de esta ley, por el cual mereció las críticas de poetas italianos como Foscolo y Pindemonte, fue el hecho de que se prohibieran las inscripciones en las lápidas, con el fin de evitar distinciones entre los muertos. Únicamente se permitían las inscripciones en casos excepcionales, cuando una comisión de magistrados decidiera que el difunto podía considerarse como una persona ilustre. Para Foscolo y Pindemonte, esta normativa funeraria entrañaba el peligro de que las personas realmente ilustres cayeran en el olvido y de que la sociedad abandonara el culto a los muertos. El poema, por lo tanto, evidencia el giro ideológico que Foscolo estaba sufriendo a mediados de la década de 1800, por el cual pasó de unirse con entusiasmo a las filas del ejército napoleónico, albergando la esperanza de que Bonaparte facilitara la independencia de ltalia, a adoptar una actitud más crítica hacia la dominación francesa. De hecho, Foscolo escribe Los sepulcros durante su retorno a Italia, tras haber permanecido dos años (1804-1806) en Francia como jefe de un batallón del ejército napoleónico. Este proceso gradual de desencanto político culminará en 1814, cuando Napoleón abdica como emperador de los franceses, en virtud del tratado de Fontainebleau, y el reino de Italia cae en manos del imperio austriaco, después de que Francia padeciera una serie de fuertes derrotas militares. Aunque en un principio Foscolo, retomando su grado militar de jefe de batallón, intentó buscar en Milán hombres dispuestos a luchar por el imperio napoleónico, decidió no emprender ninguna acción armada contra los austriacos, considerando que las circunstancias llevarían cualquier insurrección al fracaso. Incluso pensó en adaptarse a la situación cuando el mariscal austriaco Heinrich Johann Bellegarde, que había sido nombrado gobernador del nuevo reino lombardo-véneto, le ofreció un cargo como director de una revista literaria, la “Biblioteca Italiana”. Foscolo aceptó el cargo y redactó un programa de contenidos para la revista, pero, cuando supo que debía prestar un juramento de fidelidad al nuevo régimen, huyó de Milán el 31 de marzo de 1815, la noche antes de que se celebrara el acto del juramento. De este modo comenzó su exilio definitivo, pues la obligación de jurar fidelidad a un gobierno conservador de origen extranjero, que no podía satisfacer ninguna aspiración de libertad y progreso para Italia, le parecía demasiado repugnante.

[5] El “sacerdote de Talía” al que Foscolo alude –y al que menciona expresamente unos versos más adelante– es el poeta italiano Giuseppe Parini (1729 – 1799). En la mitología grecorromana, Talía es la musa de la comedia y la poesía bucólica, de modo que la referencia a Parini se enlaza con la ironía con la que este poeta italiano critica la sociedad lombarda de su tiempo y con su amor por la vida campestre, en la que encuentra la virtud y la sencillez que no posee la vida urbana. Desde la perspectiva de Foscolo, embebido del espíritu laico de la Ilustración, no posee ninguna relevancia el hecho de que Parini se hubiera ordenado sacerdote católico –tomó los votos poco después de cumplir veinticinco años, en junio de 1754, con el fin principal de recibir la pequeña herencia de una tía abuela suya, que le había impuesto esta condición para convertirlo en su heredero–. Lo realmente importante para Foscolo estriba en el sacerdocio poético que ejerce Parini, en consonancia con la idea romántica del poeta como sacerdote.

[6] A pesar de llevar una vida relativamente pobre como sacerdote católico y preceptor de aristócratas lombardos, Parini nunca abandonó su dedicación a la poesía, de modo que Foscolo lo imagina regando un laurel –símbolo de Apolo, a quien acompañaban las nueve musas como séquito, y por antonomasia de la poesía– y ofreciendo coronas hechas con las hojas de este árbol a la musa Talía.

[7] En su papel de musa de la comedia, Talía inspira la ironía ilustrada que Parini despliega en su obra Il mattino (La mañana), un poema filosófico escrito en forma de epístola a un anónimo joven de la nobleza, en el que se burla de las clases altas de su tiempo, censurando vicios como la ociosidad, la afición al lujo o las costumbres disipadas, mientras describe una mañana en la vida cotidiana de ese joven. Por otro lado, la tradición griega considera a Sardanápalo, que habría sido el último rey de Asiria, como ejemplo clásico de monarca entregado a una vida ociosa y disoluta, así que Foscolo equipara a toda la nobleza lombarda, a través de una conjunción de metáfora y sinécdoque, con este rey asirio para denigrarla.

[8] Quizá Foscolo no solo se refiere a los bueyes que aran las tierras de los aristócratas lombardos, permitiéndoles vivir ociosamente, y que también los proveen de buena carne, sino que también se burla veladamente de las clases inferiores que los apoyan, calificándolas de “bueyes” por su mansedumbre y sumisión a una aristocracia corrompida.

[9] Las “grutas abduanas” se corresponderían con los establos de la localidad de Lodi, situada junto a las orillas del río Adda (“Abdua” en latín), el cual discurre por gran parte de la región de Lombardía. Un recurso frecuente en la poesía de Foscolo consiste en usar términos y expresiones cultas para nombrar realidades cotidianas, creando un efecto irónico por el extrañamiento del lector.

[10] El cantón del Tesino es una región situada en el sur de los Alpes y perteneciente en la actualidad a Suiza, la cual limita con la frontera norte de Italia. En la época de Foscolo, formaba parte de la región de Lombardía.

[11] Foscolo lamenta que Milán, la ciudad en que Parini pasó gran parte de su vida y murió, no fuera capaz de erigir en su época ningún monumento dedicado a la memoria de este poeta y, por el contrario, dedicara toda su atención a aplaudir fervorosamente a los castrati, cantantes sometidos a la castración en su infancia para conservar la agudeza de sus voces infantiles y que gozaron de popularidad en el siglo XVIII, por el gran virtuosismo que alcanzaron algunos.

[12] Desde una visión historicista y afín al pensamiento de Giambattista Vico, Foscolo considera que la aparición de las instituciones, como el matrimonio, los tribunales de justicia y la religión, ha permitido a los seres humanos salir de un estado de barbarie. Según el poeta, los ritos funerarios habrían surgido como consecuencia de este proceso de civilización, ofreciendo a los difuntos el cuidado y el respeto que la propia naturaleza les niega.

[13] En este pasaje, Foscolo critica desde una óptica ilustrada las creencias y costumbres de la Edad Media: la proliferación de tumbas en el interior de los templos, los contagios de enfermedades por este motivo, el uso de una imaginería macabra en la arquitectura y las artes o las supersticiones relacionadas con la muerte, como la idea de que los familiares muertos podían asustar a los niños si no se pagaba a los sacerdotes para que rezaran por sus almas (la “plegaria venal” a la que alude el poeta).

[14] Frente a su visión oscura de la Edad Media, el poeta celebra la Antigüedad grecorromana como modelo para los ritos funerarios, con cementerios situados al aire libre y decorados con coníferas aromáticas, como cedros y cipreses.

[15] En este pasaje, el poeta elogia los cementerios suburbanos ingleses –que debió conocer durante sus años de exilio en el Reino Unido– como los que más se acercaban en su tiempo al modelo ideal de los camposantos de la Antigüedad grecorromana, por su carácter de espacios ajardinados y apacibles. Al mismo tiempo, describe cómo las jóvenes inglesas rezan por la vuelta a Inglaterra del almirante Horatio Nelson. Según cierta tradición, Nelson habría cortado el palo mayor del Orient, uno de los buques insignia de la marina francesa, y habría encargado hacer su propio ataúd con la madera de este palo, tras vencer a la armada de Napoleón en la conocida como batalla del Nilo, la cual se produjo en la bahía de Abu Qir, en la costa mediterránea de Egipto, del 1 al 3 de agosto de 1798.

[16] Frente a las virtudes cívicas que Foscolo aprecia en la Antigüedad grecorromana y en la Inglaterra de su tiempo, el poeta lamenta la postración de la sociedad italiana, dominada por el afán de lucro y el temor servil a las autoridades. En ese contexto, los monumentos funerarios se convierten en una “pompa inútil”, pues no ofrecen ninguna lección moral a los vivos, y reproducen “las nuevas imágenes del Orco” (es decir, la estética lúgubre de cierta imaginería cristiana, encarnada en ejemplos como las ánimas del purgatorio, los condenados al infierno u otras representaciones de ultratumba).

[17] El poeta critica la decadencia de la aristocracia italiana de su tiempo, que habita enterrada en vida en sus palacios y que solo puede presumir de la apariencia imponente de sus escudos heráldicos, pues no contribuye de ninguna forma al progreso ni al bienestar de su país.

[18] Foscolo menciona a Maquiavelo, enterrado en la basílica de la Santa Croce en Florencia, considerando su pensamiento político como una explicación de las tiranías y los abusos de poder que sufren numerosos pueblos.

[19] El poeta se refiere a Michelangelo Buonarrotti, quien a su juicio habría creado un “nuevo Olimpo” para los dioses en Roma, con el renacimiento de la belleza clásica plasmado en sus obras, como el diseño de la cúpula de la basílica de san Pedro, los frescos de la capilla Sixtina o sus diversas esculturas. La tumba de Buonarrotti, como las de los personajes citados, se encuentra en la basílica de la Santa Croce en Florencia.

[20] El autor alude a Galileo Galilei, enterrado también en la basílica de la Santa Croce, cuyos experimentos confirmaron la rotación de los planetas en torno al sol.

[21] Se refiere a Isaac Newton, que avanzó en sus investigaciones astronómicas gracias a los experimentos de Galileo, formulando la ley de la gravitación universal.

[22] Foscolo se refiere como “iracundo gibelino” a Dante Alighieri, que empezó a escribir la Divina comedia para olvidar sus desventuras personales, no mucho tiempo después de que las autoridades de Florencia lo condenaran a una pena de exilio perpetuo que lo llevó por varias ciudades del norte de Italia, hasta fallecer en Rávena en 1321. Aunque Dante perteneció a una facción política conocida como “güelfos negros”, la posteridad lo identificó a menudo como gibelino por haber escrito en sus años de exilio el ensayo De monarchia (Sobre la monarquía), en el cual defendió la tesis de que la autoridad del emperador no proviene del papa. En este sentido, cabe recordar que los güelfos y los gibelinos se distinguían por sus posturas encontradas en el conflicto histórico entre el papa y el emperador del Sacro Imperio Romano Germánico: mientras que los güelfos apoyaban al primero, reivindicando el predominio del poder eclesiástico, los gibelinos se alineaban con el segundo para reclamar la autonomía del poder imperial.

[23] Con el “dulce labio de Calíope”, Foscolo se refiere a Petrarca y a la poesía amorosa de su Cancionero, pues Calíope se consideraba la musa de la poesía por antonomasia.

[24] La “celeste Venus” se corresponde con Laura de Noves, la aristócrata de origen provenzal que, según la tradición, inspiró el Cancionero de Petrarca.

[25] El poeta destaca la importancia de conservar la memoria histórica del pueblo italiano en los tiempos de la dominación napoleónica, para que en un futuro la nación sometida pueda resurgir con orgullo.

[26] Foscolo describe cómo el poeta Vittorio Alfieri, con su carácter iracundo, melancólico y amante de la soledad, encuentra sosiego entre las piedras antiguas de Florencia, cerrando la nómina de grandes personajes sepultados en la basílica de la Santa Croce que se menciona en esta tercera parte de la oda.

[27] Con un símil insólito, Foscolo equipara el panteón de personajes ilustres situado en la basílica de la Santa Croce al túmulo que los atenienses erigieron en la llanura de Maratón para sus guerreros caídos en la batalla homónima. De este modo, el poeta considera que el amor a la patria italiana, encarnado en los muertos de la basílica florentina, posee fuerza y méritos semejantes al amor de los soldados griegos por su ciudad-estado. Esta idea entronca con uno de los ejes del pensamiento ilustrado: la patria no solo debe sostenerse con las armas, sino también –y sobre todo– con la filosofía, las artes y las ciencias.

[28] El poeta se refiere a un episodio relatado por el geógrafo e historiador griego Pausanias en su obra Descripción de Grecia: después de que los atenienses derrotaran a los persas en Maratón, uno de los navegantes que llevaban en sus barcos al ejército ateniense, pasando una noche cerca de la isla de Eubea, creyó ver cómo los espíritus de los soldados griegos muertos intentaban reanudar la batalla, en un alarde póstumo de coraje. Este episodio legendario permite a Foscolo cerrar la tercera parte de Los sepulcros con una escena fantasmagórica, en consonancia con la estética romántica que ganaba popularidad a comienzos del siglo XIX.

[29] El poeta Ippolito Pindemonte, a quien Foscolo dedica Los sepulcros, había viajado por los mares de Grecia en sus años de juventud.

[30] Según la Odisea de Homero, las armas del difunto Aquiles debían entregarse como una reliquia santa al soldado a quien se consideraba más fuerte después de aquél, Áyax, siguiendo la costumbre del ejército aqueo. Sin embargo, Ulises consiguió con su proverbial astucia que se las entregaran a él injustamente. Áyax enloqueció por el dolor que le causaba esta situación y, cuando recobró la cordura, se suicidó. Algún tiempo más tarde, mientras Ulises emprendía su viaje de retorno a Ítaca, su barco se encontró con una fuerte marea y las olas le arrebataron las armas de Aquiles para llevarlas hasta el promontorio Reteo, una peña situada junto al mar donde, según el mito, reposaban los huesos de Áyax.

[31] El poeta imagina cómo las olas se llevan las armas de Aquiles, que Ulises había depositado en la popa de su barco.

[32] El filósofo presocrático Epicarmo afirmaba que las nueve musas habrían sido hijas de Píero, rey de Macedonia, y una ninfa procedente de la ciudad griega de Pimplea; por este motivo, Foscolo se refiere a las musas como las Pimpleas.

[33] La Tróade era una región situada al noroeste del Asia Menor (es decir, la actual península de Anatolia), en la cual se encuentran las ruinas de la antigua Troya.

[34] Electra –no debe confundirse con la Electra hija de Agamenón, rey de Micenas, que inspiró la famosa tragedia homónima de Sófocles–, según la mitología griega, era una de las siete Pléyades –las hijas del titán Atlas y la ninfa Pléyone–. De su relación con Júpiter la pléyade Electra tuvo un hijo, Dárdano, que fundó al pie del monte Ida una ciudad llamada Dardania o Dárdano, no muy lejos de la cual se fundaría posteriormente la ciudad de Troya. Asáraco, al que también Foscolo menciona en este pasaje, era bisnieto de Dárdano y heredó el trono de Dardania. Los “cincuenta tálamos” que nombra Foscolo remiten a un pasaje de la “Eneida” de Virgilio (libro II, verso 505): según este poeta romano, el rey troyano Príamo contaba con cincuenta hijos varones, todos ellos casados, que le ofrecían la “esperanza de una numerosísima prole”. Por último, la referencia a la “tribu Julia” (es decir, la tribu itálica de la que procedía Julio César, fundador del imperio romano) se vincula al mito de los orígenes troyanos de Roma, pues el propio Julio César afirmaba que su linaje procedía del héroe Eneas.

[35] A diferencia de sus seis hermanas, que fueron catasterizadas (es decir, convertidas en estrellas) por Júpiter, a Electra se la denomina “la Pléyade perdida”, pues una leyenda griega relata que, cuando los aqueos devastaron Troya, Electra se cortó su cabellera en señal de luto y esta se transformó en un cometa, el cual solo puede avistarse en contadas ocasiones, mientras que las demás Pléyades pueden verse siempre en el firmamento. Alguna versión del mito, además, afirma que Electra habría rechazado convertirse en estrella para no contemplar las ruinas de Troya desde el cielo. Foscolo se imagina cómo Júpiter (“el Olímpico”) gime por la muerte de la ninfa a la que había amado, mientras derrama ambrosía de sus cabellos para hacer de la tumba de Electra un lugar sagrado, pues los griegos creían que esta bebida mágica, entre otras virtudes, podía preservar los cadáveres de la corrupción.

[36] Erictonio fue el segundo hijo de Dárdano. Sucedió a su padre en el trono de Dardania y engendró a Tros, que se convertiría en soberano de esta ciudad. A su vez, Ilo fue uno de los tres hijos de Tros, junto con Asáraco y Ganímedes, y abandonó Dardania para fundar la ciudad de Ilión –más tarde conocida como Troya–, proclamándose su primer monarca.

[37] Las mujeres de los troyanos, soltando sus cabellos, acuden al lugar sagrado donde se encuentran las tumbas de varios de los fundadores de Troya, como Electra, Erictonio e Ilo, para llorar desesperadas y pedir a los dioses que salvaran a sus maridos de morir en la guerra contra los aqueos, aunque estas plegarias no darían fruto, pues el destino de los troyanos consistía en sufrir una terrible masacre.

[38] Casandra, con el don de la profecía que le concedió Apolo, presagia la victoria del ejército aqueo y la destrucción de Troya. Por este motivo, se acerca a las tumbas de los fundadores de Troya, acompañada por sus sobrinos y por un grupo de jóvenes troyanos, para cantar un himno piadoso a sus propios antepasados y educar a las nuevas generaciones en el culto a los difuntos.

[39] Casandra predice que los troyanos supervivientes de la guerra servirán como esclavos a los griegos, pastoreando los caballos de Diomedes –también conocido como Tídides por ser hijo de Tideo, rey de Etolia– y de Ulises –hijo de Laertes, rey de Ítaca–; y que, si algún día pueden volver a su patria, no la reconocerán, pues Troya habrá quedado totalmente destruida.

[40] Los penates eran los dioses protectores del hogar y la familia en la antigua Roma, cuyo culto, según la tradición, habría sido introducido por el héroe troyano Eneas al llegar a Italia. Por este motivo, Foscolo incluye la referencia a los penates en el parlamento de Casandra.

[41] El “ciego mendicante” se identifica con Homero, al que la tradición supone invidente. Foscolo imagina cómo el poeta griego visitaría las ruinas de Troya, buscando inspiración para la Iliada entre los sepulcros y las urnas funerarias de esta ciudad.

[42] Los hipogeos (es decir, las sepulturas hechas en cuevas o galerías subterráneas) resonarían con el lamento de los dioses penates por la destrucción de Troya.

[43] Los espíritus de los troyanos difuntos hablarían a Homero para contarle la historia de esta ciudad, que según la mitología griega fue destruida dos veces (primero por Hércules y después por las amazonas) y reconstruida dos veces, antes de que el ejército aqueo la arrasara definitivamente. Con el nombre de Pelidas se conocía a Aquiles y su hijo Neoptólemo –que, según Homero, fue llamado Pirro hasta los doce años–, por el hecho de que Aquiles era hijo del héroe Peleo. Para Foscolo, las ruinas de Troya aparecen como “el último trofeo” que simboliza la victoria de los Pelidas, cuyo destino final resultó trágico, pues Aquiles murió en el curso de la guerra de Troya a manos de su hermano Paris, que le habría clavado una flecha en el talón o un puñal en la espalda mientras visitaba a Políxena, una princesa troyana de la que se había enamorado; mientras que Neoptólemo, a pesar de sobrevivir a la guerra, terminó asesinado por Orestes, hijo del rey Agamenón, en el oráculo de Delfos.

[44] El parlamento de Casandra –y el texto de Foscolo– finaliza con un emocionado recuerdo para Héctor, el comandante del ejército troyano que murió a manos de Aquiles. Si la Ilíada acaba con los funerales de Héctor –oficiados por su padre, Príamo–, los últimos versos de Los sepulcros llevan el eco de esta referencia, de manera que Foscolo pretende establecer un vínculo directo entre la épica homérica y su propia obra.

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